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Il cuore di Catania, così lontano così vicino

Storie da una città divisa da una sottile linea di confine

“Amo la mia città. Il posto che mi piace di più è il Duomo, ma se potessi cambiare qualcosa, vorrei cambiare la via in cui abito, perché ci sono persone che non mi piacciono, e non per la loro bellezza, ma per quello che dicono e fanno”.

Ilary, 11 anni

“Il mio posto preferito è la piazzetta vicino casa. Lì mi divertivo a giocare con i miei amici, ma ormai è distrutta. L’hanno rotta tutta ed è diventata uno schifo”.

Samuele, 10 anni

“Mi piacerebbe avere più spazi per giocare all’aperto con i miei amici”.

Ramona, 8 anni

Ilary, Ramona, Samuele, tre bambini che sognano in grande, come solo alla loro età si può fare, ma accomunati dal fatto di essere nati in un posto da molti considerato “sbagliato”. In un luogo incapace di mettere le ali a quei sogni. Eppure non vivono in una città assediata dalla guerra o in un paese lontano e sperduto, ma in pieno centro storico a Catania. Alle spalle di sfarzosi palazzi rococò, dove borghesia e progresso fanno da padroni, in quelle vie dimenticate dal mondo ci sono loro, bambini costretti a diventare subito grandi. A non lasciarli soli, però, ci pensano realtà concrete come quella dell’Associazione Cappuccini, che da vent’anni affianca le famiglie di quel quartiere con l’aiuto di giovani volontari.

Una Catania, insomma, non molto diversa da quella di trent’anni fa, divisa in due da una lama invisibile, ma molto tagliente. Da una parte il benessere, la Catania-bene e la sua movida, dall’altra il degrado che annienta zone quali San Cristoforo e Librino, quartieri natii dei principali capi mafiosi degli ultimi anni.

Un controsenso, una realtà non in pendant con il secolo in cui viviamo, ma chi abita in Sicilia – in quest’isola, che molti ironicamente definiscono “terra di mafia e cannoli” – conosce bene e vive ogni giorno le innumerevoli contraddizioni che la martoriano. E tra le ferite che bruciano di più in questa terra ripetutamente violentata vi è senz’altro quella della “questione minorile”.

“Fare volontariato in un quartiere come quello dei Cappuccini – sostiene Prospero Privitera, volontario dell’Associazione Cappuccini – mi ha insegnato a mettere in discussione il contesto in cui vivo e che amo, e forse ad amarlo maggiormente”.

Che certi quartieri siano i più degradati della città è cosa nota a tutti i catanesi ma, probabilmente, pochi immaginano che lì la maggior parte dei bambini arrivi a stento a completare le scuole medie e che i loro genitori li incoraggino a trascurare lo studio. Preferiscono, infatti, vedere i propri figli “per strada” in circostanze in cui nessun bambino dovrebbe mai trovarsi, piuttosto che vederli impegnati a costruire il proprio futuro davanti a un tavolo pieno di libri. Ancor più drammatico è scoprire che questi bambini nei pochi metri quadri in cui vivono insieme a molte più persone rispetto a quelle che quegli spazi potrebbero contenere, spesso, non hanno nemmeno un tavolo. Non solo. Non hanno nemmeno il cibo indispensabile per poter vivere. E così in quelle vie tutto si riduce a una lotta per la sopravvivenza e il cemento che le ricopre diventa terreno fertile per la malavita.

E, quasi sempre, è la violenza a far da padrona mentre la maggior parte degli abitanti finge di non vedere e di non sapere, preferendo obbedire a quegli uomini che li controllano, come fossero burattini nelle mani di altri burattini che “Cosa nostra” sapientemente dirige.

Ed è per questo che la mafia non smette di esistere, ma continua a rigenerarsi nel tempo, reclutando ragazzini per piantarli poi come radici in quelle strade dimenticate e farli diventare i frutti del domani, farli sbocciare come i nuovi mafiosi della realtà catanese, così come avevano fatto prima i loro padri e i loro nonni.

E allora è lì che bisogna spezzare le gambe alla mafia, andando a togliere quei bambini dalla strada e, soprattutto, istruendoli, insegnando loro il valore della cultura e offrendo loro un’alternativa concreta alla realtà contro cui sbattono la faccia ogni giorno.

E mentre le istituzioni, ancora troppo spesso, continuano a scegliere la via del silenzio assordante, fingendosi cieche di fronte a una realtà pungente, a scavare con le proprie mani per tirar fuori sogni e speranze ben nascoste tra enormi palazzi di cemento, continuano a essere, nella maggior parte dei casi, soltanto le associazioni di volontariato che, imperterrite si impegnano a scorgere la bellezza, anche lì dove sembra non essercene neanche l’ombra, cercando con tutte le proprie forze di custodirla e difenderla da certe presenze pressanti.

“In vent’anni che esiste l’Associazione Cappuccini – prosegue Prospero Privitera – uno solo dei ragazzi, cui ci siamo costantemente dedicati sotto il profilo educativo, è arrivato al diploma. Spesso sono le famiglie stesse di questi ragazzini a farli desistere. Ogni settimana – continua – assistiamo costantemente queste persone grazie a dei fondi europei che, oltre a permetterci di venire incontro alle loro necessità, ci danno la possibilità di instaurare un rapporto di amicizia vero che rende più agevole l’affidamento dei loro figli alle nostre competenze nell’attività del doposcuola”.

Un fenomeno tanto triste quanto allarmante, dunque, quello dei “boss ragazzini”. Ragazzini, appunto, ingenui e facilmente corruttibili, che accecati dalla smania di potere sarebbero disposti a barattare la propria vita per una mazzetta di denaro, un motorino nuovo o anche solo per sentirsi importanti e riuscire a riscattarsi e vendicarsi contro quella fetta di città che ha escluso i loro padri e che continua a escludere loro.

Un quadro drammatico che potrà essere realmente sovvertito soltanto quando la Catania vestita bene deciderà di attraversare la strada, “sporcandosi le scarpe” e andando lì, in quelle strade, a vedere il vuoto che la propria strafottenza, insieme a tante altre cose, ha contribuito a lasciare.

“Un volontariato come quello che facciamo noi dell’Associazione Cappuccini – conclude Privitera – all’insegna del concetto di carità diventa il modo per abbattere l’indifferenza e la superficialità del gesto, rispondendo con coinvolgimento in toto, oltre che con partecipazione attiva, alle esigenze della comunità in cui viviamo, e che amiamo”.

E, dunque, non è, forse, veramente arrivato il momento di smetterla di girarsi dall’altra parte e di farsi cullare dalle braccia di una quotidianità ormai sempre più scontata che altro non offre se non una sterile sicurezza?

 

di Maria Schillirò

13 maggio 2018

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