Ti trovi qui
Home > Apertura > Primo Maggio: è qui la festa?

Primo Maggio: è qui la festa?

Ogni mattina in Italia, al sorgere del sole, un giovane disoccupato si alza e sa che dovrà correre più veloce dei suoi sogni, dei suoi progetti e delle sue ambizioni o “morirà di fame”. E così una laurea, due master e i sacrifici fatti per ottenerli vanno, spesso, in fumo. E poco importa che tu sia Tizio, laureato con 110 e Lode, o Sempronio, che lavora da quando aveva sedici anni, perché comunque il massimo a cui potrai aspirare, dopo innumerevoli stage non retribuiti o periodi di prova, sarà comunque un posto precario.

Ma il dramma non riguarda soltanto chi è alle prime armi nel mondo del lavoro. Non passa un solo giorno, infatti, in cui in qualche piazza o davanti qualche ente non sia organizzato un sit-in di protesta da parte di dipendenti ingiustamente privati del proprio posto di lavoro.

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta”

La crisi, come un male incurabile, si è insinuata nel nostro paese ormai da più di dieci anni, creando metastasi da cima a fondo e gli ultimi dati Istat non fanno altro che confermare questo quadro, particolarmente allarmante per il Sud. Inoltre, la mancanza negli ultimi anni di una politica in grado di elaborare riforme capaci di risollevare le sorti di migliaia di disoccupati non ha fatto altro che peggiorare la situazione. Insomma, oggi in Italia l’unica ad avere un posto fisso sembra essere la povertà.

Eppure non tutti sono d’accordo. C’è, infatti, chi sostiene che non occorra allarmarsi avvalendosi di qualche recente statistica che parla di “aumento sostanziale dei posti di lavoro”. Purtroppo, però, si tratta nella maggior parte dei casi di una “finta” occupazione, dato che le statistiche dell’Istat considerano tecnicamente occupato chiunque nella settimana di riferimento abbia svolto anche solo un’ora di lavoro. Così dietro questi dati confortanti si nascondono quasi sempre contratti brevi, o brevissimi, dal momento che il dato medio è di dodici giorni, ma il 58% viene chiamato in servizio per meno di sei giorni e il 33, 4% addirittura per una sola giornata.

In una realtà dove il lavoro è quasi diventato un’utopia, tra licenziamenti, cassa integrazione e imprese in difficoltà, una ricorrenza come quella del Primo Maggio sembrerebbe essere completamente svuotata del proprio significato. Ma l’apparenza, com’è noto, spesso inganna. Nell’epoca delle illusioni prontamente disilluse, festeggiare il Primo Maggio diventa, invece, necessario.

Festeggiare per non rassegnarsi alla passività. Occorre ribellarsi alle statistiche, nel senso di riequilibrare, tornare al giusto, ritrovare l’armonia che l’ingiustizia, la rassegnazione, l’irresponsabilità, la repressione e l’oppressione hanno cancellato, sopprimendo la dignità dell’uomo. Ribellarsi, dunque, nel senso di redimere, affinché il termine lavoro continui a essere sempre sinonimo di libertà.

di Maria Schillirò

01 maggio 2018

Articoli Consigliati

Top