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Migranti: sbarcati 421 a Catania. Seviziati e torturati, in prigione per mesi in Libia

CATANIA

Venivano violentate sessualmente. Gli uomini picchiati brutalmente con cavi elettrici e sulla loro pelle venivano spente le sigarette. Il tutto in “viva voce” mentre dall’altra parte del telefonino c’erano i parenti delle vittime, allo scopo di convincerli a pagare per la loro ‘liberazione’ e l’avvio verso il ‘viaggio della speranza’.

È quanto emerge dai racconti di alcuni dei 421 migranti, quasi tutti eritrei, compresi 98 minorenni, sbarcati questa mattina al porto di Catania con la nave Aquarius di Sos Mediterranée. Dopo che la guardia costiera libica venerdì scorso ne aveva impedito il soccorso che stavano per fare naufragio.

«Erano stipati su un natante in legno e quasi due/terzi di loro – afferma Luca Salerno, coordinatore a bordo per Medici senza frontiere – hanno la scabbia, segno evidente della mancanza di igiene e d’acqua a cui sono stati costretti durante la ‘detenzione’ subita nelle ‘prigioni’ dei trafficanti in Libia. Il 40% sono donne: una di loro ha il bacino fratturato; altre due hanno partorito nelle ‘prigioni’; ci sono bambini che hanno tra i 3-5 giorni, che sono stati ricoverati in ospedale con le madri a Catania».

Il racconto ricostruito da Salerno è agghiacciante: «Lo abbiamo visto noi stessi durante un salvataggio precedente: il gommone si è spezzato mentre stavamo operando. Ogni minuto è importante per salvare vite umane nei soccorsi in mare. Noi siamo rimasti fermi 4 ore a guardare mentre la tragedia poteva accadere da un momento all’altro. Per fortuna così non è stato”.

Ma superata la tragedia, ecco chesi riaffaccia l’allarme trafficanti di uomini.

«Non si può accettare di vedere essere umani morire in mare né di vederli ripartire verso la Libia», sottolinea Sophie Beau, vice presidente di Sos Mediterranée International.

Ieri sera, quando la nave era a 15 miglia dalla costa, è intervenuta una motovedetta della guardia costiera di Siracusa che ha evacuato e trasferito d’urgenza un bimbo di 3 anni, eritreo, che aveva convulsioni e crisi respiratorie. È stato portato insieme alla madre e a un fratellino, all’ospedale Umberto I di Siracusa e subito dopo trasferito alla rianimazione pediatrica di un nosocomio di Messina.

Facevano parte di un gruppo detenuto per diversi mesi a Sabratha (nella Libia nord settentrionale), poi di recente trasferito a Bani Walid, ritenuto un centro nevralgico del traffico di esseri umani in Libia.  «Eravamo tutti nella stessa prigione a Sabratha – ha raccontato un 26enne eritreo a bordo della nave – un mese fa, a causa della guerra, siamo stati separati in gruppi di 20 persone, caricati su dei furgoni e trasferiti e ammassati in un’altra prigione dove abbiamo trascorso un mese. Poi prima della partenza ci hanno lasciato per ore su una spiaggia in pieno sole, senza acqua né cibo».

«Nelle prigioni  – prosegue – venivamo picchiati con cavi elettrici. I libici non hanno umanità».

27 novembre 2017

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