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L’acqua dell’Etna: tra storia e geologia: un bene prezioso per tutti

CATANIA

Acqua bene prezioso per tutti, ma come arriva a Catania? Quali grandi opere di ingegneria hanno permesso alla città di ottenerla e che ruolo ha in tutto questo la presenza del Vulcano? Sono stati questi i temi dell’incontro “L’acqua dell’Etna: tra storia e geologia” organizzato all’hotel Sheraton dai Rotary Club “Catania Est” e “Catania Etna Centenario”, assieme al consorzio Sintesi. A coordinare l’evento sono stati i due presidenti rotariani, rispettivamente Gregorio Mirone Costarelli e Yolanda Medina Diaz, e la presidente del consorzio Sintesi, Barbara Corsaro Boccadifuoco.

Il convegno è stato ideato dai due Rotary Club in un’ottica di continuo dialogo con la città. L’evento è servito per «capire come funziona l’attuale sistema e cosa ci aspetta il futuro», ha precisato Gregorio Mirone al quale ha fatto eco Yolanda Medina Diaz, che ha puntato sulla peculiarità di un territorio reso unico al mondo dalla presenza del vulcano patrimonio dell’umanità. «Ci sono molti modi per parlare di Catania, noi vogliamo farlo attraverso l’acqua», ha aggiunto Boccadifuoco.

Ad aprire gli interventi è stato Santo La Delfa, geologo ed esperto di rischio sismico e idrogeologico. La sua relazione si è concentrata sulla conformazione geologica dell’Etna e del suo intorno. «L’Etna è l’unico serbatoio di acqua che abbiamo», ha spiegato. Un bacino sufficiente a soddisfare ampiamente la richiesta che viene dall’area. «Al di sotto, dei vari strati di lava dell’apparato vulcanico, si trovano altri strati geologici tra i quali anche argilla – ha aggiunto lo studioso – L’acqua la raggiunge e viene fermata e veicolata secondo dei flussi diversi». Ciò fa sì che l’acqua, filtrata dallo strato lavico poroso, fuoriesca nelle diverse zone rese impermeabili dallo strato argilloso, alimentando in particolare i fiumi Alcantara a est e Simeto a ovest oltre a creare un bacino sotterraneo disponibile in tutta la provincia da cui attingono vecchi e nuovi pozzi.

Domenico Bonaccorsi Reburdone, presidente di Acque di Casalotto spa, si è concentrato sulla storia dell’approvvigionamento di Catania. Un ruolo fondamentale lo ha rivestito il suo avo omonimo, il marchese di Casalotto, imprenditore e politico, che ha ricoperto anche le cariche di sindaco e presidente della Provincia. Nella seconda metà dell’Ottocento «la città si approvvigionava attraverso pozzi ma soprattutto cisterne, con una situazione grave dal punto di vista igienico sanitario», ha sottolineato Bonaccorsi Reburdone. Con l’arrivo delle epidemie di colera, dal 1837, la situazione diventa drammatica. Il marchese di Casalotto intuisce l’esigenza di cambiare e avvia una grande opera ingegneristica «in autofinanziamento»: realizzare un acquedotto che, dalle sorgenti di piano della Reitana, percorrendo 14 chilometri porta l’acqua in città. Nel 1905 la società viene quotata in borsa, vengono comprati nuovi pozzi, scavate gallerie e consolidata la rete. Troppo spesso «si pensa che l’acqua sia come l’aria, a disposizione di tutti – ha sottolineato Bonaccorsi Reburdone – ma non si riflette che bisogna captarla e farla arrivare dalla sorgente e che questo ha bisogno di impegno ed investimenti».

A chiudere la serata, in un intervento che ha fatto da collegamento tra geologia e storia, è stato Emanuele Maccarrone. Docente di Chimica dell’Università di Catania, che in occasione del convegno ha indossato i panni dello storico raccontando degli acquedotti che in diverse epoche sono stati costruiti nella provincia etnea e dei quali sono visibili pochi resti. Se la Catania greca si riforniva dalle sorgenti superficiali dei fiumi Amenano e Longane, dal periodo romano si fa sempre più urgente la necessità di portare acqua per alimentare terme e attività, così nel corso dei secoli vengono costruite quattro imponenti strutture. L’acquedotto romano aveva sorgente nell’odierna Santa Maria di Licodia, a circa 20 chilometri di distanza dal centro catanese. Il secondo sistema di approvvigionamento era l’acquedotto di Cifali, che riforniva lavatoi, fontane, le abitazioni delle famiglie aristocratiche e serviva anche per le attività dei monaci benedettini. Il terzo acquedotto dalla Timpa di Leucatia arrivava a irrigare il labirinto dell’odierna villa Bellini. Ultimo quello costruito nella seconda metà del 1700 dal principe di Biscari, ammirato dai contemporanei, e descritto da Houel nel suo viaggio pittorico come «degno di rivaleggiare con quelli romani», conclude Maccarrone.

17 novembre 2017

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