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Attacco Londra, l’Isis rivendica l’attentato

LONDRA

Il killer di Londra ha un volto, un nome e un movente, su cui si affretta a mettere il cappello l’Isis. Si chiamava Khalid Masood, cittadino britannico di fede islamica, l’uomo che ieri ha fatto scorrere il sangue all’ombra del palazzo di Westminster falciando pedoni come birilli a bordo di un suv e poi accoltellando un agente a morte prima di essere abbattuto sulla soglia del parlamento più antico del mondo. Il bilancio delle sue vittime, purtroppo, intanto è salito a quattro, con la morte di un 75enne ferito gravemente sul ponte di Westminster. All’indomani dell’attacco che ha fatto ripiombare il Regno Unito avviato verso la Brexit nell’incubo del terrorismo, colpendolo al cuore di uno dei suoi simboli, Londra cerca di rialzare la testa. Parla Theresa May, che raccoglie la sfida riprendendo la seduta alla Camera dei Comuni dove era stata interrotta 24 ore prima in modo tanto traumatico. E si fa sentire anche la regina, elevando – come il Papa – le sue “preghiere” per le vittime di “una violenza orribile” che i leader del mondo, da Washington a Roma, condannano unanimi. Una violenza “ispirata dall’ideologia jihadista”, fa eco la premier di fronte ai deputati, pur additando l’autore quale “figura marginale”: nota ai servizi di sicurezza di Sua Maestà come “estremista”, ma mai indagato per terrorismo. May, dopo la tensione mostrata ieri anche nell’espressione del volto a poche ore dall’evacuazione in fretta e furia da Westminster, ha sfoderato i toni della leader. “Non abbiamo paura e non ci faremo intimidire”, ha scandito nel silenzio dell’aula, riservando una nota di commozione al ricordo del poliziotto Keith Palmer, vittima con un’insegnante d’origine spagnola e un americano di passaggio della furia cieca di Masood, che ha pure lasciato dietro di sé una quarantina di feriti da 11 Paesi, inclusa una turista romana. Un attacco contro tutte “le persone libere”, ha ripreso lady Theresa, assicurando che non vi è ragione di temere attentati in serie, né di cedere al panico: “Siamo riuniti qui, nel più antico dei parlamenti, perché sappiamo che la democrazia e i valori che rappresenta prevarranno sempre”, ha proclamato, non rinunciando al contempo a insistere sull’invito tipicamente inglese al ‘business as usual’, poiché “milioni di gesti di normalità sono la migliore risposta al terrorismo”. E di appelli al ritorno alla normalità si è colorata l’intera giornata odierna. Una normalità che in effetti si rivede, per le strade di Londra, ma che è pur sempre relativa. Come testimoniano le zone transennate, soprattutto nei dintorni del parlamento, le commemorazioni silenziose, gli annunci di un rafforzamento dei presidi di polizia nei luoghi pubblici, qualche polemica – almeno embrionale – che riaffiora sulla tradizione dei ‘bobbies’ spesso disarmati schierati di pattuglia in giro per l’isola: disarmati proprio come il povero Palmer.

 Ma soprattutto, a gettare un’ombra sui richiami alla calma e all’understatement sono le note celebrative della rivendicazione dell’Isis, che – stando ad un messaggio diffuso dal’Amaq News Agency, organo di propaganda dello Stato islamico – si è affrettato ad esaltare Khalid Masood come “un soldato del Califfato”: califfato in disarmo o quanto meno in difficoltà sui fronti siriano e iracheno, ma che continua ad attribuirsi la capacità di colpire dietro le linee del nemico ‘infedele’ attraverso i foreign fighter di ritorno o l’aiuto di ‘cani sciolti’ radicalizzatisi in qualche modo a casa loro e pronti a giurare fedeltà ai deliri di al-Baghdadi e dei suoi. Individui fra i quali, a quanto pare, può essere iscritto d’ufficio, post mortem, pure l’attempato Khalid Masood, 52 anni, nato nel Surrey inglese da una famiglia d’immigrati, ma cresciuto a Birmingham: capitale industriale delle Midlands tra i cui quartieri si concentra come in nessun altra area urbana del regno il cuore di tenebra del jihadismo d’importazione o ‘made in Britain’. La città dove l’antiterrorismo ha arrestato non a caso nelle ultime ore tre degli 8 presunti fiancheggiatori finiti in manette, secondo i dati diffusi dal numero 2 di Scotland Yard, Mark Rowley. Una città nei cui ghetti popolari, non troppo dissimili da certe propaggini della medesima Londra, si annida un islam agli antipodi da quello, ecumenico e tollerante, predicato senza sosta dal sindaco della capitale britannica, Sadiq Khan. Un figlio di pachistani che stasera, a Trafalgar, ha riportato in piazza per una fiaccolata il suo mondo ideale cosmopolita fatto di “cristiani, ebrei, musulmani, sikh, buddisti e indù” che si stringono la mano fra loro. Il simbolo di una metropoli “libera, vivace e vincente” che i terroristi “odiano” proprio in quanto tale, ha detto il primo cittadino. Fiducioso che alla fina sia questa, e non l’altra, la Londra destinata a prevalere. (Fonte Ansa)

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