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I dolci di Sant’Agata, trionfo dei sapori. Prelibatezze del palato e del cuore – FOTOGALLERY

CATANIA

La festa di S. Agata, come tutte le grandi feste, ha anche la sua natura gastronomica.

La festa dei catanesi è anche, il trionfo del dolce. Dal torrone, alle olivette, dalle “minnuzze di Sant’Aita”, ai datteri glassati, sono i dolci che fanno la differenza perché da soli, sono già una festa, un tripudio di profumi e sapori che mandano in visibilio chiunque.

Dolci che hanno tutti riferimenti popolari significativi.
La tradizione dei datteri, frutto del periodo agatino, nasce dalla cultura araba unita a quella siciliana; sono il connubio che ha portato allo sviluppo di una cultura ricca e fantasiosa. In Sicilia i cambiamenti sono stati tantissimi eppure nessuna tra le miriadi di contaminazioni etnico-culturali ha inciso cosi profondamente quanto quella araba.
Sotto la dominazione araba, la Sicilia visse un periodo di grande sviluppo anche nell’arte culinaria. Il commercio marittimo e l’agricoltura introdussero nuove coltivazioni come la canna da zucchero, il riso, gli agrumi e la frutta secca, da cui i datteri.

Le olivette però, sono decisamente il simbolo della festa di Sant’Agata.
Speciali perle di pasta mandorla di Avola, a cui si aggiungono i preziosi pistacchi di Bronte, rifiniti con zucchero.

Ma da dove nascono questi dolci?
Sono riproposizioni di alcuni dei momenti del martirio della giovanissima Agata vissuta tra il III e il IV secolo (nel 251 d.C.), che rifiutò le lusinghe del proconsole Quinziano e che, per questa ragione, dopo esser stata minacciata di sottomissione, le fu letteralmente strappato il seno.

Da qui le “cassatelle” o “minnuzze di Sant’Aita” che s’ispirano a questa storia e che finiscono con l’essere un dolce: simbolo di festa e gioia.
Bianche come l’Etna nel periodo invernale, le minnuzze, tenere e seducenti, non rinunciano a quel pizzico di lava sulla punta del cratere centrale, sottoforma di una deliziosa ciliegina.
La leggenda vuole che i seni ricrebbero ad Agata, e allora per devozione, sono diventati un cibo rituale e propiziatorio per quel giorno.
Ne “Il Gattopardo”, Don Fabrizio, il principe di Salina riferendosi alle «impudiche paste delle vergini» si chiede «Come mai il Santo Uffizio, quando lo poteva, non pensò a proibire questi dolci? Le mammelle di Sant’Agata vendute dai monasteri, divorate dai festaioli! Mah».

Le olivette di S. Agata si riferiscono al momento in cui Agata inseguita dagli uomini di Quinziano, giunta ormai nei pressi del palazzo pretorio, si fermò per allacciarsi un calzare, e proprio in quel momento, un ulivo comparve dal nulla e la giovinetta poté ripararsi e cibarsi dei suoi frutti.
Dolci prelibati, rifiniti anche di finissimo cioccolato, che impreziosiscono ulteriormente queste prelibatezze.

E il cosiddetto torrone gelato? Che non ha niente a che vedere con il torrone, si taglia a spicchi in forma triangolare ed è un dolce di pasta reale con varie decorazioni; era l’antico torrone farcito con frutta secca, frutta candita e molto zucchero. Ma il torrone, duro o morbido, con quel suo inebriante profumo che emana nell’aria a tal punto da rappresentare uno degli odori tipici dei giorni di Sant’Agata.

Insomma, Sant’Agata è devozione, tradizione e anche folklore. Ma è anche prelibatezza del palato e attrazione turistica. Non a caso è la terza festa religiosa più seguita al mondo!

Dolci di Samt'Agata - UltimaTv

22 gennaio 2017

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