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Io, vittima innocente di Mafia

CATANIA

Quante vite ci sono in un’unica esistenza? Tante, tantissime. Pure troppe. Sarebbe impossibile contarle tutte. Succede quando sei un ragazzo, hai una vita spensierata e coltivi tutti gli interessi che la tua giovane età ti possono concedere. Poi l’evento tragico, inaspettato che ti colpisce come un pugile in mezzo al ring. “Game Over”, partita finita. “Insert coin” e ricominci con qualcosa di diverso perché la tua unica colpa è quella di esserti trovato al posto sbagliato al momento sbagliato. Quel 26 aprile del 1982 che Rosario Patanè non dimenticherà mai perché lui, quel giorno, ha visto la morte in faccia e solo la sua fede verso la Madonna gli ha concesso una seconda possibilità. Lui, insieme ad altri quattro amici, è stato uno dei sopravvissuti alla strage di via dell’Iris nel quartiere di Librino a Catania.

Un gesto assurdo in una Catania dilaniata dalla lotta tra i Clan di Cosa Nostra  agli inizi del anni ’80. La supremazia del territorio oltre ogni cosa; anche a discapito di vittime innocenti. Quel 26 aprile di oltre trent’anni fa il commando era attrezzato con bombe a mano, fucili Kalashnikov, pistole automatiche e lupara. Un arsenale con il preciso compito di uccidere un esponente di spicco del clan rivale. Peccato che del capomafia in quella bottega di via Dell’Iris non ce n’era nessuna traccia. Informazioni sbagliate, la fretta, la confusione ed a pagare quel “tributo di sangue” furono sei ragazzi tra i 18 ed i 23 anni che non erano affiliati a nessuna famiglia di Cosa Nostra. Sei giovani la cui unica colpa era quella di trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato.

Un gruppo di amici come tanti riuniti insieme per festeggiare, con una pizza, la vittoria della loro squadra al torneo amatoriale. Quattro risate, una partita a carte e la consapevolezza di avere tutta una vita davanti a sé. Poi, improvviso, l’inferno: il finimondo con proiettili che sibilano ovunque e il botto terribile delle granate. Un bagno di sangue per quelle vittime innocenti. Lui, Saro, miracolato, i segni di quel terribile giorno se li porta dietro da tutta la vita: « Mi sono beccato tre schegge di granata che mi hanno squarciato lo stomaco.

E poi colpi di Kalashnikov e di lupara su quasi tutto il corpo- racconta l’uomo, oggi padre di due figlie- praticamente illesa mi è rimasta solo la faccia e il braccio sinistro». Ha ancora quattro proiettili alle gambe perché il chirurgo che lo ha operato non se l’è sentita di rimuoverli; troppo rischioso. Oggi a Rosario, insieme ai quattro amici sopravissuti, gli è stato riconosciuto lo status di vittima di Mafia. Quando si ritrovano, anche per prendere un caffè, parlare di quel 26 aprile 1982 per loro diventa un tabù. Non solo, da quel giorno, pur vivendo a Librino, nessuno ha più messo piede in via Dell’Iris. 

 

 

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