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Campi Flegrei, il super-vulcano sorvegliato speciale

Il sistema vulcanico più pericoloso del Mediterraneo: sono i Campi Flegrei, una vasta area nel cuore del Golfo di Pozzuoli, a nord-ovest di Napoli. Un’area conosciuta già nella notte dei tempi per la sua violenta attività esplosiva. Un sistema – da taluni paragonato a una bomba a orologeria – da decenni sotto l’occhio clinico degli studiosi dal momento che nell’area interessata vivono più di 900 mila persone.

L’ultima eruzione dei Campi Flegrei risale al 1538 e secondo i ricercatori negli ultimi anni si sono susseguiti fenomeni di risveglio simili ai precursori che precedettero le esplosioni e le colate laviche di 500 anni or sono quando si formò il cratere di Monte Nuovo.

Di recente, Mauro Di Vito, ricercatore dell’Osservatorio Vesuviano dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e i suoi colleghi hanno osservato che prima dei fenomeni del 1538 il magma si era accumulato sotto alla caldera per circa trecento anni, facendo alzare il suolo di Pozzuoli di 19 metri.

Un quadro che si sta ripetendo anche oggi. A cavallo tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso gli studiosi erano in allarme a causa del persistente bradisismo ascendente. Il fenomeno si invertì a partire dal 1985. Ma dal 2005 in poi il sollevamento del suolo è ripreso. «Tra il 2005 e il 2010 – spiega Riccardo Lanari dell’Istituto Irea del Cnr – il suolo si è sollevato di 5 centimetri. Dal 2010 a oggi l’aumento è stato di altri 25 centimetri. Seguiamo il fenomeno con molta attenzione, sia perché è stato uno dei nostri primi campi di studio, sia perché il nostro istituto è ai margini dei Campi Flegrei. Ci veniamo a lavorare tutti i santi giorni».

Ma è possibile che ci si avvicini a una ripresa dell’attività eruttiva del vulcano? E qual è la frequenza di simili fenomeni? A questi interrogativi, a sua volta, cerca di dare una risposta uno studio che si basa sull’analisi quantitativa della storia dei Campi Flegrei. Studio, nato dalla collaborazione tra ricercatori dell’Ingv delle Sezioni di Pisa e Napoli-Osservatorio Vesuviano, Università di Pisa, Scuola Normale Superiore di Pisa e Università di Napoli Federico II, pubblicato sulla rivista Journal of Geophysical Research – Solid Earth, e incluso nei Research Spotlights della rivista EOS dell’American Geophysical Union.

Al centro della ricerca, due modelli di probabilità per studiare statisticamente il passato di questo sistema vulcanico e poter quindi fornire delle stime probabilistiche sul suo possibile comportamento futuro.

«I Campi Flegrei – spiega Augusto Neri, direttore della Struttura Vulcani dell’Ingv – sono una caldera vulcanica attiva che include parte della città di Napoli. Il vulcano è costituito da una grande depressione del diametro di circa 12 chilometri con una larga porzione della metà meridionale che si estende nel Golfo di Pozzuoli. La parte emersa contiene numerosi crateri vulcanici, coni di tufo e scorie e duomi lavici. Negli ultimi 15.000 anni, l’intera caldera è stata interessata da un vulcanismo intenso e prevalentemente esplosivo, con più di 70 eruzioni note».

«Queste eruzioni si sono concentrate nel tempo all’interno di tre epoche eruttive della durata di alcuni secoli o millenni, alternandosi a periodi di quiescenza durati millenni. Spesso gli eventi eruttivi vicini nel tempo hanno formato dei gruppi o cluster di eventi ravvicinati anche geograficamente, prevalentemente lungo i bordi della caldera e nella sua zona centro-orientale. L’eruzione più recente è quella di Monte Nuovo, avvenuta il 28 settembre del 1538 dopo oltre 3.000 anni di quiescenza. Essa potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova sequenza di eruzioni, anche se da quell’evento sono passati quasi 500 anni senza attività».

Il primo modello di probabilità descrive l’evoluzione temporale del tasso eruttivo del vulcano, considerando anche l’incertezza che influenza la conoscenza della sequenza eruttiva negli ultimi 15.000 anni. Questo modello mostra che in tutte e tre le epoche sono avvenuti cluster spazio-temporali di eruzioni, con un’attività maggiore (eruzioni più frequenti e volumi di magma più grandi) nel settore est della caldera rispetto al settore ovest, e che le due epoche più lunghe (ovvero la prima e la terza) hanno mostrato un tasso eruttivo più basso nella loro parte iniziale. Il secondo modello di probabilità invece ha l’obiettivo di riprodurre la sequenza degli eventi eruttivi avvenuti nella caldera per studiarne la distribuzione spazio-temporale e fare previsioni sulla sua possibile attività futura.

«La sequenza delle eruzioni è stata riprodotta in un modello che comprende la possibilità di avere eventi ravvicinati nello spazio e nel tempo nonché di trattare dati caratterizzati da incertezza», aggiunge il ricercatore Andrea Bevilacqua che ha sviluppato i modelli di probabilità nell’ambito della propria tesi di perfezionamento alla Scuola Normale Superiore di Pisa con una borsa finanziata dall’Ingv.

La combinazione dei due modelli ha permesso di evidenziare somiglianze e differenze fra le tre epoche eruttive e di stimare il tasso eruttivo di base della caldera, cioè la frequenza temporale con cui si formano nuovi cluster di eruzioni invece che singoli eventi eruttivi, oltre alla durata e prolificità di tali cluster di eruzioni.

«Assumendo che l’eruzione di Monte Nuovo abbia segnato l’inizio di una nuova epoca eruttiva della caldera, i modelli forniscono una stima media di poco più di un secolo del tempo di attesa prima del prossimo evento calcolato da oggi, ma con una grande variabilità della stima. In particolare il tempo di attesa può variare tra diversi anni fino ad alcune centinaia se si considera l’effetto delle diverse incertezze in gioco. Viceversa, queste stime crescono significativamente, arrivando anche a tempi di attesa superiori al millennio, se si assume che l’evento di Monte Nuovo non rappresenti l’inizio di una nuova epoca eruttiva o comunque non abbia riattivato il settore est della caldera», puntualizza ancora Neri.

I risultati dello studio permettono di ottenere delle prime stime quantitative sulla frequenza dell’attività eruttiva, nonché sulla probabilità di un futuro evento, della caldera dei Campi Flegrei considerando anche l’effetto di alcune incertezze in gioco.

«Le stime realizzate sono di carattere statistico e basate esclusivamente sulla conoscenza della storia eruttiva del vulcano, nell’ipotesi che il suo comportamento negli ultimi 15.000 anni sia rappresentativo di quello futuro. I risultati ottenuti evidenziano chiaramente l’intensa attività eruttiva di questo vulcano e quindi la sua elevata pericolosità. Queste stime sono complementari alle previsioni di breve termine sull’attività futura che sono invece possibili attraverso il monitoraggio continuo del vulcano e lo studio dei processi che governano la risalita di magma nel sottosuolo», conclude Augusto Neri.

Ma cosa accadde quel 28 settembre del 1538? Le cronache dell’epoca raccontano che, intorno alle 12, il mare si ritirò improvvisamente di circa 370 metri, lasciando agonizzanti sui fondali migliaia di pesci. Un ritiro repentino del mare corrispondente a un moto bradisismico ascendente di circa 7 metri e mezzo. Prima dell’eruzione del Monte Nuovo, secondo gli studiosi, il magma era risalito fino a una profondità di circa 4 chilometri (più o meno la stessa in cui alcuni ipotizzano che si stia accumulando il materiale incandescente oggi), causando in 300 anni il sollevamento di Pozzuoli di quasi 20 metri.

Missione dei ricercatori, dunque, è comprendere se oggi il rigonfiamento del terreno è causato dalla risalita del magma o da fluidi meno pericolosi come acqua o vapore.

 

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