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«Mio figlio è morto, i medici non hanno capito che stavo male». LA STORIA

CATANIA

«Signora, si sta illudendo. Nessuna rottura delle acque, si tratta solo di trasudazione vaginale». Parole che, ancora oggi, producono un rumore assordante nella mente di Salvina Patanè. Sono passati anni da quando ha perso Antonio, il bimbo che portava in grembo ma il ricordo di quei momenti è ancora vivo in lei.

Mentre spiega la sua storia sembra che la stia rivivendo e un brivido la avvolge. «Il 30 giugno del 2009 sono stata ricoverata per un’emorragia con placenta previa. Ero alla ventunesima settimana di gravidanza. Sono rimasta su quel letto di ospedale per cinque settimane perché ho contratto anche un’infezione vaginale che ha provocato la rottura delle membrane. Mi sentivo bagnata ma il medico di turno mi ha risposto che era solo un’illusione e non mi ha sottoposto ad alcun controllo e neanche somministrato l’antibiotico. Oggi siamo in tribunale».

Salvina si è affidata allo Studio Seminara & associati ( Dario Seminara, Giuseppe Maresca e Lisa Gagliano) e le indagini sono in corso. «Ho perso mio figlio per la superficialità altrui e voglio solo giustizia. Deve venire fuori la verità. Mi ricordo quei giorni, accusavo forti dolori al ventre e dopo ore si sono decisi a portarmi in sala parto dicendomi, però, che dovevo attendere la trentaseiesima settimana prima di dare alla luce… ma ero solo alla ventiseiesima».

 Le ore passano e Salvina è lì, sdraiata in ospedale. Attende solo che qualcuno dei medici si prenda cura di lei fin quando arriva il ginecologo che si accorge che il bambino è bradicardico. Serve il cesario d’urgenza ma le condizioni del piccolo appaiono da subito disperate.

«Hanno tentato di rianimarlo in tutti i modi  e il cuoricino di mio figlio è ripartito ma aveva un’emorragia al talamo. Lo hanno trasferito d’urgenza al Policlinico per intubarlo e dopo cinque mesi, a dicembre, è morto. Nella sfortuna mi sento una miracolata ma voglio giustizia».

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