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Antartide, a caccia del ghiaccio primordiale per decifrare il futuro

MILANO

Scavare nel passato per decifrare il futuro. Andare a catturare il ghiaccio più antico della Terra per riuscire a leggere quale potrà essere l’evoluzione del clima negli anni a venire. Questo l’obiettivo di glaciologi e climatologi di dieci Paesi europei che si apprestano a sbarcare in Antartide dove, entro il 2019, dovranno trovare il punto della calotta dal quale estrarre quella carota di ghiaccio che permetta di tornare indietro nel tempo.

Una vera e propria caccia all’«archivio temporale» costituito da particelle di aria catturate e custodite dal ghiaccio al momento della loro formazione. Saranno queste particelle, una volta analizzate in laboratorio, a rivelare com’era composta l’atmosfera un milione e mezzo di anni fa. Una svolta nello studio dell’ambiente laddove si consideri che il campione di ghiaccio più antico sinora portato in laboratorio risale a 800 mila anni fa.

 «Quello che ancora non siamo riusciti a comprendere è perché cambiò il ciclo dei periodi glaciali e interglaciali tra 900 mila e 1,2 milioni di anni fa», spiega Carlo Barbante, professore all’Università Ca’ Foscari Venezia e direttore dell’Idpa-Cnr. Prima della cosiddetta transizione di metà Pleistocene, i periodi glaciali e interglaciali si alternavano all’incirca ogni 40 mila anni. Da allora invece ogni periodo è durato circa 100 mila anni. Questa conoscenza deriva per esempio dall’analisi di campioni di sedimenti, i quali però sono privi di informazioni sui gas presenti nell’atmosfera.

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 «Non possiamo indagare il ruolo dei gas a effetto serra, perché non abbiamo campioni adeguati per farlo, in quanto gli unici archivi geologici che contengono la composizione chimica dell’atmosfera sono le carote di ghiaccio», afferma a sua volta Barbara Stenni, docente all’Università Ca’ Foscari Venezia.

 Il progetto BE-OI (Beyond Epica – Oldest Ice) nasce proprio per colmare questa lacuna, con analisi geofisiche, tecnologie di perforazione rapida e datazione del ghiaccio sul campo. Inoltre, le tecnologie di perforazione saranno ulteriormente sviluppate e testate. Il primo lavoro sul campo partirà entro l’anno: in Antartide il glaciologo Massimo Frezzotti (Enea) e i geofisici Stefano Urbini (Ingv) e Luca Vittuari (Università di Bologna), assieme ai colleghi degli altri istituti coinvolti nel progetto, analizzeranno lo spessore dei ghiacci, le loro caratteristiche fisiche e la topografia del basamento roccioso in due differenti siti sia da aereo sia a terra.

Lo spessore della calotta glaciale è solo un primo indicatore della presenza di ghiaccio del passato, perché a determinare quanto sono antichi gli strati di ghiaccio sono l’accumulo di neve e i flussi del ghiaccio dal cuore dell’Antartide verso la costa. Durante il programma di ricerca sul campo gli scienziati contemporaneamente misureranno dunque l’accumulo di neve, la dinamica del ghiaccio e useranno nuove tecnologie per perforare la calotta e misurarne le temperature.

«Durante studi precedenti abbiamo individuato aree chiave in cui ci aspettiamo di trovare i più antichi archivi di ghiaccio della Terra – spiega il professor Olaf Eisen (Alfred Wegener Institute), coordinatore del progetto –. Ora dobbiamo verificarlo ed è importante per noi apprendere più possibile riguardo ai processi di deposizione e della dinamica del ghiaccio».
Oltre a questi interrogativi scientifici, il progetto ha anche l’obiettivo di mettere assieme l’esperienza tecnologica e scientifica necessaria per affrontare questo progetto di perforazione profonda, per rifinire la pianificazione scientifica e la gestione del progetto e per definire budget e finanziamenti. Si punta a ottenere il massimo, per questo sono coinvolte le più ampie comunità scientifiche europee dedicate alla paleoclimatologia e allo studio dei modelli climatici.

La Commissione Europea finanzia il progetto BE-OI con 2,2 milioni di euro. L’Italia vi partecipa nell’ambito del Programma nazionale di ricerca in Antartide (Pnra), finanziato dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca  (Miur), ed è presente nel consorzio con l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea) e Università di Bologna. Sono coinvolti scienziati di università italiane (Ca’ Foscari Venezia, Firenze e Milano-Bicocca), dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche (Idpa-Cnr) e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv).

 

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