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L’Unict risponde: «L’immobile era in affitto». Il Cuda: «In 6 anni è costato 1,6 mln»

CATANIA

Sono bastate poche ore per raggiungere le migliaia di visualizzazioni su social e sito internet con l’articolo pubblicato sabato scorso, relativo all’edificio utilizzato dall’Università di Catania, in via Umberto 285. L’Ateneo catanese ha risposto subito e in modo esaustivo, tenendo a sottolineare che «lo stabile di via Umberto 285, oggetto della vostra attenzione, non è mai stato di proprietà dell’Università di Catania, come invece affermato dall’autore del servizio». Nella nota inviata in redazione si legge: «Esso è stato concesso in locazione all’Ateneo fino al giugno 2016, termine oltre il quale l’amministrazione dell’Università non ha reputato opportuno rinnovare l’affitto, vista anche l’esosità del canone. Nell’ottica di una razionalizzazione degli affitti passivi e del miglior utilizzo delle proprie strutture, tutti gli uffici e le attività prima ospitati in quell’immobile (Radio Zammù, Zammù Tv, il Centro di documentazione europea e alcune aule didattiche del Centro orientamento e formazione) sono adesso stati ricollocati in edifici propri, ottenendo un sensibile contenimento della spesa a vantaggio dei servizi per la didattica e per la ricerca, oltre che benefici logistici e d’immagine. Non rinnovando l’affitto dello stabile di via Umberto, l’Ateneo ha quindi optato per valorizzare i locali di sua proprietà abbandonando una struttura molto costosa e oltretutto dimostratasi avulsa dal contesto universitario. Va da sé, infine, che la segnalazione relativa al presunto “degrado” in cui verserebbe attualmente l’edificio, dal momento in cui non vi sono più presenti gli uffici e le attività precedentemente ospitati, non vada quindi rivolta all’Università, che non ha più nessun titolo su quella sede, bensì eventualmente al proprietario o al futuro locatario».

Tranquillizziamo quindi, almeno in parte, la signora Liotta, residente di fronte al palazzo in questione e prima fonte del percorso che ha condotto alla stesura dell’articolo, che non è l’Università a doversene occupare oramai. La stessa se ne è già presa cura per diversi anni, pagando anche secondo la nota chiarificatrice, un “esoso canone”. Ma come già esclamato da Giulio Cesare «Il dado è tratto!» ed il problema è stato posto, come nostro dovere, agli occhi dell’opinione pubblica, anzi ad emergere è il dato relativo al motivo del mancato rinnovo da parte dell’Ateneo. Un costo spropositato, accordato dalla precedente amministrazione accademica, che è costata fino al giugno scorso ben mille euro al giorno alle tasche dell’UniCT, secondo il professore Granozzi, ricercatore di Storia contemporanea al Dipartimento di Scienze umanistiche, che ci ha stupito per l’accesa discussione di domenica affrontata sulla pagina Facebook di Ultima Tv. Il suo forte attacco, nato evidentemente dal non aver ben capito le dinamiche interrogative dell’articolo, espresso in un’inadeguata e sterile rabbia domenicale, ha solo dato adito ad inconsuete  polemiche, sicuramente non tipiche di un professore della sua levatura culturale. Sarebbe bastata una nota privata o una buona lettura del pezzo, per non creare una polemica social solitamente rimproverata a vip di serie B e ex protagonisti del GF.

Condividiamo comunque la politica di spending-review del rettore Pignataro con la scelta, assolutamente condivisibile, di risparmiare sui folli costi degli affitti, soprattutto perché, mentre si pagavano affitti troppo esosi, alcuni studenti andavano a seguire le lezioni nelle sale dei cinema o ammassati in più di 200 in aule da 60/70 posti nel bellissimo Monastero dei Benedettini. Il Cuda, Coordinamento unico d’Ateneo, in fondo, da anni fa presente lo spreco perpetrato con l’affitto, senza possibilità di recesso anticipato, delle strutture di via Umberto, sostenendo che da 2009 nelle aule interne «non si sono mai svolte lezioni o laboratori» – e, qui arriva la denuncia purtroppo mai portata fortemente all’opinione pubblica, – «1,6 milioni di euro sono andati via, in fumo. E anche se quest’affitto d’oro verrà dismesso alla scadenza, restano le macerie».

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