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Ex Province, l’esperto: «Il ceto politico peggiore della storia siciliana»

CATANIA

Provincia regionale, un ente di fatto mai soppresso. Il professore D’Amico: «Qual è la ragione per cui territori importanti debbono essere governati da un sindaco, quello metropolitano, che non gode del consenso popolare?» 

Vengono chiamate Province fantasma. È l’appellativo di natura dispregiativa per sottolineare la sopravvivenza di un ente che doveva essere soppresso per dare un senso compiuto alla spending rewiew. In realtà, il taglio dei costi della politica non sembra passare dalla riforma, che non risulta in grado di incidere in modo determinante sul destino della composizione politico istituzionale della nostra regione. Il riferimento è la legge 15 del 2015, un passaggio che presenta crepe e contraddizioni ampiamente individuate dagli analisti politici.

«Dietro questa vicenda c’è un ceto politico tra i più scadenti della storia del parlamento siciliano – commenta il professore Renato D’Amico, ordinario di Scienza Politica al Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania – Il 20 novembre sindaci e consiglieri avrebbero dovuto votare per eleggere i rappresentanti dei 6 consorzi e delle 3 città metropolitane, ma l’Assemblea regionale ha deciso di fermare le macchine rinviando tutto a febbraio. Elezione bloccata per una ragione sensata, perché in realtà alcuni comuni hanno rinnovato i loro consigli comunali adottando la riforma nazionale che prevede la riduzione dei consiglieri e così, in Sicilia, ci troviamo con enti che hanno un numero di consiglieri più basso, altri più alto. È saltato il meccanismo del cosiddetto voto ponderato. Tra l’altro, alcune amministrazioni sono commissariate e quindi chi vota? Certamente non può farlo il commissario. Appare chiaro che i cittadini non sono coinvolti perché è tutto un fatto di equilibri politici con danni micidiali, anche per i dipendenti provinciali che non sanno nulla del loro destino».

L’articolo 15 dello Statuto siciliano non prevede la Provincia ma stabilisce che in Sicilia esistono solo comuni e liberi consorzi. Nonostante questo, nel 1986 con la legge 9 erano state create le province in sostituzione delle deputazioni. Un’evidente incongruenza che ha spesso condotto le diverse parti politiche al confronto serrato. E la riforma di oggi viene bollata come un’occasione mancata, in uno scambio di accuse reciproche che disorienta i siciliani.

«Si tratta solo di lotte fratricide – sottolinea il professore – La legge 15 del 2015 è solo frutto di furbizia politica. È una norma insensata quella che consente al sindaco della città del capoluogo di diventare sindaco della città metropolitana, perché quest’ultimo dovrebbe godere del consenso popolare e non essere figlio di una scelta che esalta la città capoluogo e comprime il ruolo degli altri comuni. Qual è la ragione per cui territori importanti debbono essere governati da un sindaco che non gode del consenso popolare? È un metodo lucido applicato in tutti i modi, cercando di far scomparire le province per non farle scomparire. L’articolo 41 della legge 15 fa espresso divieto ai comuni di potersi associare in consorzi o in unione di liberi comuni, per impedire che si possa scompaginare il disegno delle 9 province siciliane. L’obiettivo è chiaro: mantenere in vita l’architettura provinciale senza mai dare luogo al nuovo e solo per ragioni di carattere autoreferenziale della politica (alle prossime elezioni regionali i deputati passeranno da 90 a 70, ci saranno 20 posti in meno nella carriera politica e i collegi elettorali sono su base provinciale). Nello stesso tempo, i liberi consorzi non esistono perché la provincia è commissariata da anni coi commissari che devono riuscire a far esercitare le funzioni della legge del 1986. Un grande pasticcio».

Il docente di scienza politica sottolinea senza riserve la “convenienza” delle cosiddette disposizioni in materia di liberi consorzi comunali e città metropolitane, un ordinamento che a suo avviso «dà la misura di quanto la nostra classe politica sia resistente a qualsiasi tipo di innovazione». Il giudizio prende spunto anche dal referendum dello scorso anno a cui sono stati sottoposti i comuni di Gela, Niscemi, Piazza Armerina e Licodia Eubea. I primi tre per l’ingresso nell’area metropolitana di Catania, l’ultimo per l’aggregazione a Ragusa.

«Il risultato del pronunciamento popolare – spiega ancora il docente – è stato annullato dal parlamento regionale con una motivazione speciosa. È stato chiarito che quel referendum non aveva valore perché l’operazione, seppur consentita dalla legge 8 del 2014, veniva superata dal dettato della legge 15 (la 8 prevedeva liberi consorzi molto più piccoli). Inoltre, nella norma si parla di libero consorzio e si prevede un comune capofila. È un errore grossolano perché il consorzio ha organi eletti dai rappresentanti degli enti consorziati. In realtà, sarebbe più onesto dire che viene sostituito semplicemente il nome del capoluogo col nome del capofila. In altre parole, non cambia niente».

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