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«Il calvario di mio marito e quel fascicolo “fantasma”». LA STORIA

CATANIA

Arrivano in aula ma non si trova il fascicolo: il processo non può iniziare, nessuno aveva notificato le parti nonostante il Gip, Paola Cosentino, ad aprile, quindi cinque mesi prima, aveva deciso l’imputazione coatta per l’avvocato Antonio Fiumefreddo, accusato di truffa e infedele patrocinio.

E intanto scorrono i mesi e sono già passati quasi cinque anni da quando l’appuntato scelto Salvatore Favara, decise di denunciare il principe del foro catanese, al quale nel 2010 si era rivolto per sporgere querela per mobbing contro il suo comandante di stazione, il luogotenente dei carabinieri Cava.

«Abbiamo vissuto un vero e proprio calvario familiare – racconta Concetta Malerba, moglie dell’appuntato Favara – Mesi da incubo per mio marito, me e i miei figli. Vessazioni continue da parte del comandante che non perdeva occasione per screditare l’operato di Salvo escludendolo da molte attività investigative o relegandolo ai turni più pesanti e fastidiosi. La solfa era sempre la stessa e tutto veniva giustificato con la frase “esigenze di servizio”. Giorni e giorni di angoscia che hanno coinvolto anche mio figlio che all’epoca dei fatti aveva 9 anni e che è stato minacciato  di morte per telefono dopo che mio marito ha scelto, anche se a malincuore, di denunciare il proprio capo. Fu in quel momento che ci rivolgemmo al noto avvocato penalista catanese: Antonio Fiumefreddo. Da qui, l’inizio della fine».

Quella querela, per la famiglia Favara era diventata fondamentale. Bisognava alzare la testa e non piegarsi alle marce logiche del sistema. E così fu, ma si misero nelle mani della persona sbaglia, stando a quanto riferiscono. «L’avvocato Fiumefreddo disse che aveva bisogno di studiarsi il caso – continua Concetta Malerba – e trascorsi alcuni mesi ci convocò informandoci che c’erano gli estremi per il mobbing e che lui aveva presentato denuncia. Poco dopo aveva anche aggiunto che era stata fissata la prima udienza camerale, poi rinviata e ancora ci aveva fatto sapere che da mobbing si era passati direttamente al reato di stalking. Morale della favola? Scoprimmo che non aveva presentato alcuna denuncia e che non era successo proprio nulla di quanto lui ci aveva “improsato”». Favara, fidandosi delle parole dell’avvocato, pagò la prima parcella di mille euro il 9 settembre 2010 e la seconda, sempre di mille euro, il 13 maggio 2011.

Nel frattempo il piccolo Manuel, figlio della coppia, che nel terrore di essere spiato è finito in analisi da uno psichiatra, è stato bersaglio di un secondo episodio di aggressione. Mentre stava giocando al computer qualcuno si è inserito attraverso interferenza e ha cominciato a provocarlo pesantemente con frasi del tipo «Poi vieni che ti faccio provare il mio bastone duro duro».

 videogioco

Stranezze forse non tanto strane che oggi chiedono una giustificazione in un’aula di tribunale. Ma anche qui il 29 settembre, quando ci doveva essere la prima udienza, il fascicolo è sparito…

Tante ombre e poche luci… la storia continua…

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