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Cresce il numero di operatori sanitari aggrediti: dalle minacce alle botte

Da 1 caso, 1 solo caso del 2012, ai 14 episodi del 2016 «e l’anno non è ancora finito». Il commento, amaro, di Calogero Coniglio, coordinatore nazionale Fsi (Federazione sindacati indipendenti) – Usae, è relativo ai dati sulle aggressioni fisiche subite dagli operatori sanitari in Sicilia. Casi diventati ormai un vero e proprio fenomeno per la frequenza con cui si ripetono.
«Fanno riflettere e non poco i dati che abbiamo a disposizione – continua Coniglio -. 1 caso nel 2012, 4 casi nel 2013, 12 casi nel 2014, 14 casi nel 2015 fino all’anno in corso.  Per un totale di 45 aggressioni fisiche, registrate in Sicilia, negli ultimi 5 anni e senza considerare quelle che vengono tenute “nascoste” per paura di ritorsioni e restano solo notizia interna al reparto. Ma ci sono anche le minacce verbali. Su 45 aggressioni, 39 sono state denunciate dalla nostra organizzazione sindacale».
Botte, schiaffi, calci, insulti, traumi, facciale o cranico, contusioni, minacce con coltello, in qualche caso diverse settimane di prognosi. Sono solo alcune delle denunce emerse. Da Catania, passando per Licata, fino a Palermo: le aggressioni lasciano il segno sul corpo di chi diventa il bersaglio. Ma non solo, perché le «conseguenze sull’equilibrio psicologico» sono evidenti – prosegue Coniglio -.
«Nell’isola il 60% del personale aggredito è costituito da donne, sono operatrici. Un dato che in qualche modo riflette il panorama nazionale, dove il 45% delle vittime sono donne».
Ma chi sono gli operatori più a rischio? «Senza dubbio coloro che lavorano nei servizi di emergenza e nelle strutture dedicate alla salute mentale. Il rischio più elevato lo corrono gli operatori degli ospedali di maggiori dimensioni. Da statistiche nazionali emerge che l’85% delle aggressioni è perpetrato dagli stessi pazienti: un quarto di essi circa risulta essere affetto da disturbi psichici e circa il 6% è sotto l’influenza di droghe. Le lunghe liste di attesa, il rifiuto di certificazioni di malattia, pareri diversi sulla prescrizioni di farmaci, tra le cause indicate come fattori scatenanti l’aggressione. Nei servizi di emergenza circa un quarto delle aggressioni avviene invece ad opera di persone che accompagnano il paziente». Uno stress che ha ricadute sul piano psicologico: «È un aspetto poco attenzionato. Dallo studio di Gascòn e dei suoi collaboratori è anche emerso che gli strascichi psicologici tra gli operatori sono meno rilevanti quando si sentono supportati dall’organizzazione per la quale lavorano, mentre possono risultare devastanti da un punto di vista professionale e personale quando l’operatore si sente lasciato solo, dovendo magari anche tornare a lavorare nel luogo dove ha subito l’aggressione, e con gli stessi pazienti. Emergono soprattutto reazioni emotive di rabbia, irritazione, umiliazione, paura e impotenza». Ma c’è anche chi non denuncia. «In Italia, 9 su 10 – continua Coniglio -. Eppure, il 60% subisce minacce verbali, il 20% percosse, il 10% atti di vandalismo e il 10% violenza a mano armata». Numeri, persone, costi. «Centinaia di  giornate di infortunio pagate e questo è un costo a carico dello Stato».
Ma cos’è accaduto dal 2012 ad oggi? Quali sono le cause di questa impennata di aggressioni? Per Coniglio le cause vanno ricercate «tra le carenze organizzative delle unità operative e tra le unità operative collegate. I pronto soccorso collegati con radiologia o con il laboratorio analisi, settori continuamente coinvolti nelle urgenze. I pronto soccorso e gli ospedali affollati fanno accrescere la tensione dei cittadini perché il servizio sanitario non garantisce un’alternativa al pronto soccorso per i casi non gravi. Questa è responsabilità della politica. Ma c’è anche scarsa vigilanza e video sorveglianza e carenza di personale. In Gran Bretagna, il governo ha perseguito una politica attiva di “tolleranza zero” della violenza nei confronti del personale sanitario. E questo va fatto anche in Italia. Qui il governo italiano che non attenziona il fenomeno».
Le strategie da attuare: «Non tutto il personale è predisposto a lavorare nei pronto soccorso. In tal senso suggerirei ai manager di selezionare gli attuali, lasciare solo i più motivati all’urgenza, i più giovani, i più formati e trasferire coloro che ormai dopo tanti anni di pronto soccorso sono già logorati dal pesante carico di lavoro. Nei pronto soccorso ci sono operatori con 30 anni di servizio e questo non ha senso perché meriterebbero di stare in reparti e ambulatori meno complessi».
«Senza considerare che arrivano molti pazienti tossicodipendenti, psicotici  e alcolizzati. E i casi di malasanità, amplificati, hanno prodotto forte pregiudizio nei confronti degli operatori sanitari. È stata fatta una campagna di delegittimazione. La politica rilascia solo dichiarazioni a supporto dei cittadini vittime di casi di malasanità ma non fa la stessa cosa quando c’è da esprimere solidarietà agli operatori sanitari che hanno subito aggressioni – conclude Coniglio -. Ci aspettiamo dalle aziende maggiore formazione sulla gestione della violenza e la valutazione del rischio e sulla comunicazione per cogliere i segnali di allarme. Serve formazione e prevenzione. Abbiamo promosso e presentato due interrogazioni parlamentari: una alla Camera dei Deputati e una in Senato. Ambedue indirizzate ai ministri dell’Interno e della Salute denunciando le aggressioni subite e la carenza di personale. Si tratta di interrogazioni con le quali abbiamo sollevato il problema nell’isola. Interrogazioni alle quali non è seguita tuttavia alcuna risposta. Un segnale che non ci rassicura affatto».

 

 

 

 

 

 

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