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Gresta: «La Sicilia ad alto rischio, ma il sisma si può prevenire»

Le 4,30 di venerdì 9 gennaio 1693. Le tenebre avvolgono la Sicilia orientale quando, d’improvviso, la terra trema con violenza. Una scossa di terremoto dell’VIII-IX grado della Scala Mercalli, con epicentro tra i Monti Iblei, semina morte e distruzione dal Val di Noto sino a Catania. Il centro più colpito è Augusta, dove crolla poco meno della metà delle abitazioni. Ma la devastazione non risparmia alcun centro, a cominciare dal capoluogo etneo. I sopravvissuti fuggono, cominciando poi un’impossibile opera per cercare di portare soccorso a quanti sono rimasti sotto le macerie. Passano 48 ore e, alle 17 di domenica 11 gennaio, altre due scosse di minore intensità aggiungono disperazione allo sconforto. Il peggio però deve ancora venire: poche ore dopo, alle 21 di quello stesso giorno, stavolta con epicentro al largo del porto di Catania, un terremoto di magnitudo 7.4 (che in alcune località tocca il XII grado della Scala Mercalli) si abbatte sulle aree già dilaniate. Aggiungendo morte e distruzione.

Non solo: questo sisma scatena uno tsunami che investe la costa, sconvolgendo ancor più ciò che restava dell’abitato di Catania. Dei 20 mila abitanti del capoluogo etneo, soltanto in 4 mila scampano alla morte. Alla fine, in totale, si conteranno più di 60 mila vittime; 45 i centri abitati distrutti interamente o parzialmente nel territorio della stessa Catania, in quello di Siracusa e in quello di Ragusa. Uno scenario apocalittico ben conosciuto dagli storici e dagli esperti di sismologia visto che il doppio terremoto del 1693, assieme a quello del 1908 nello Stretto di Messina, è catalogato come il più violento nella storia del Paese. Una sorta di spettro che torna ad alimentare le paure ogniqualvolta la terra trema in Italia, proprio come accaduto mercoledì scorso nelle Marche, in provincia di Macerata.

«Ma in Sicilia – spiega il prof. Stefano Gresta, docente di Geofisica all’Università di Catania, presidente dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) sino allo scorso aprile, e attualmente componente della Commissione Grandi Rischi – i terremoti non sono ricorrenti come in altre parti del territorio nazionale. Certo, qui incombe la possibilità di un sisma violentissimo, ma siamo un Paese a rischio e dovremmo imparare a saper convivere con questa realtà. Come? Attrezzandoci e prevenendo. I terremoti si possono affrontare, basta adeguare le abitazioni e le infrastrutture. Persino il Ponte sullo Stretto è realizzabile se costruito con i giusti crismi».

Alle 8 del mattino, Gresta è già al lavoro nel suo ufficio al terzo piano della facoltà di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali in corso Italia. Fra due ore sarà in videoconferenza con la Commissione Grandi Rischi, per l’analisi dei primi dati sul nuovo terremoto nel Centro Italia e le valutazioni scientifiche da fornire alla Protezione Civile che dovrà prendere le conseguenti decisioni operative sul campo.

Professor Gresta, ma che pericolo corre la Sicilia orientale. Come si valutano i tempi di ritorno di un terremoto catastrofico?

«A oggi – spiega –, purtroppo, i terremoti non si possono prevedere. Allora, iniziamo cercando di fare un breve riassunto su quanto accaduto in quel terribile inizio di gennaio di 323 anni fa. Ancora oggi, tra gli addetti ai lavori si discute sulle due sorgenti sismogeniche di quegli eventi. È possibile che il primo sisma di venerdì 9 gennaio abbia innescato il secondo, ancora più violento, due giorni dopo più a nord lungo un’altra faglia. Il quesito è: può l’energia rilasciata da una faglia caricare sforzi su una faglia adiacente? Da un punto di vista dei modelli sì, però i modelli mostrano che l’interazione tra faglie – e qui è da vedere se l’interazione porta a un carico o a uno scarico di energia – è indipendente dall’elemento tempo».

«Mi spiego. Una quindicina di anni or sono, insieme con la professoressa Ghisetti, abbiamo fatto svolgere tesi di laurea a tappeto su tutte quelle che potevano essere state le relazioni di causa ed effetto, cioè di terremoto forte e innesco di sismi successivi andando a considerare le sequenze sismiche della Sicilia orientale, dello Stretto di Messina, della Calabria, in un arco di tempo di 400-500 anni. Era possibile che il terremoto del 1693 avesse caricato la faglia di Messina poi spezzatasi nel 1908. Ma anche il terremoto della Calabria del 1783 avrebbe potuto svolgere un ruolo simile. Il problema è che manca la certezza della finestra temporale su cui agire, e per questo motivo i modelli diventano fine a sé stessi. Buoni magari per una pubblicazione scientifica, ma di nessun utilizzo pratico in termini previsionali».

«Dopo di che abbiamo fatto qualcosa in più. Vista la presenza dell’Etna, abbiamo fatto sviluppare i calcoli per capire se le eruzioni vulcaniche e il campo degli sforzi diffusi da grosse intrusioni magmatiche possano innescare i terremoti. Quindi: causa eruzioni, effetto terremoti. O viceversa: causa terremoto che innesca un’eruzione. Anche qui il fatto che non vi fossero vincoli temporali, poteva rendere tutto possibile. La conclusione? Abbiamo fatto una sola pubblicazione su un intervallo temporale breve – 2001-1981 – e non siamo andati oltre. Era inutile».

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Ciò non toglie che la spada di Damocle di un terremoto catastrofico penda sempre su questo territorio…

«Così come pende su tante altre zone d’Italia. Sulla Sicilia orientale pende magari con meno evidenza rispetto ad altre aree… Pende sullo Stretto di Messina, sulla Calabria, sull’Appennino come sulla porzione orientale del Nord Italia. Siamo un paese sismico, non dobbiamo dimenticarlo. Mai. Occorrerebbe un progetto di ricerca ben definito per andare a studiare le caratteristiche della crosta e delle aree offshore della Sicilia orientale».

«Anni fa, assieme al collega Mario Grasso, si valutava che in realtà nell’Isola di terremoti ce ne sono pochi. E questo potrebbe dipendere dal fatto che una parte delle deformazioni sono assorbite in maniera plastica dalla crosta stessa. Si dovrebbe investigare di più con studi mirati in mare».

Ma oggi, allora, qual è il rischio?

«Il rischio dipende dalla pericolosità sismica, ma dipende anche e soprattutto dalla vulnerabilità degli edifici, delle infrastrutture e del valore economico. Con insediamenti di tipo industriale e attività di tipo commerciale, l’esposizione dal punto di vista economico è significativa. La vulnerabilità? Beh, su questo fronte servirebbero indagini di dettaglio del patrimonio edilizio pubblico e privato. A Catania, in realtà, c’è una particolare sensibilità verso questi aspetti: è stato infatti costituito il Centro di Documentazione Ricerca e Studi sulla cultura dei rischi. Ne fanno parte molti accademici, ma anche privati, coprendo competenze che vanno dalle Scienze della Terra alla Geofisica, l’Ingegneria, l’Economia, la parte giuridica. Bisogna guardare il problema nella sua completezza. Il governo ha da poco lanciato il Piano casa: è un’ottima cosa. Bisognerà comprenderne i dettagli, però ha ragione il premier Renzi quando dice che è ora di intervenire con un piano  pluriennale, che miri a porre in sicurezza edifici pubblici ed edifici privati sull’intero territorio nazionale. Un discorso questo che ha anche un ritorno per il rilancio dell’edilizia e dunque dell’economia in generale».

«Un piano organico di ristrutturazioni che punti all’adeguamento antisismico, o al miglioramento laddove sarà possibile solo migliorare, farebbe da volano alla ripresa del Paese. Chiaro che il privato non potrà sostenere tutto da solo, ma avrà bisogno di incentivi siano essi fiscali o di accesso al credito. Una soluzione potrebbe quella di ricorrere alle assicurazioni. Ma in questo caso ci vorrebbe al contempo uno studio accurato sulla vulnerabilità dell’edificio, studio che tenga conto anche del suolo su cui lo stesso insiste. Sono allora necessarie indagini a tappeto di microzonazione sismica di terzo livello, quindi entrando nel dettaglio del tessuto urbano».

«Catania è la dimostrazione di come il terreno di fondazione cambi spostandosi appena di poche centinaia di metri: da belle e compatte vecchie colate laviche si passa a terreni di riporto. In certi quartieri le macerie del terremoto del 1693 costituiscono il terreno di fondazione degli edifici. E ancora: nella zona di via Lago di Nicito un tempo c’era un lago e qui oggi sono presenti depositi alluvionali. Se tutto questo, alla resa dei conti, lo si concentra in un piano organico per la riduzione del rischio, allora le scienze della terra potranno dare il loro contributo, così come l’ingegneria o l’economia».

Alla base devono esservi mirate scelte e volontà politiche.

«È indispensabile una semplificazione di quelle che possono essere le visioni a carattere regionale su piani di interesse nazionale. Alcune regioni sono state brave a spendere fondi, mentre altre lo sono state di meno. Per esempio: per ciò che riguarda la microzonazione sismica, la Regione Siciliana aveva approntato delle linee guida e di investigazione che sono state d’esempio su scala nazionale. Questo in seguito all’emergenza sismica del 2002: il terremoto di Santa Venerina. Nei comuni coinvolti in quell’emergenza sono state fatte indagini di microzonazione sismica che hanno fatto da modello per il resto del Paese. Eravamo dunque in pole position, ma poi non siamo stati capaci di sfruttare il cofinanziamento previsto dallo Stato con la legge 77. Il piano per allargare questi studi è stato recepito dalle altre Regioni, mentre la Sicilia si è inspiegabilmente arenata, restando indietro. E ora ci tocca recuperare il terreno perduto».

Un tema che conduce a un altro nodo molto discusso quando si parla di rischio sismico: la possibilità o meno di realizzare il ponte sullo Stretto di Messina.

«Tecnicamente – conclude il prof. Gresta – chi ha fatto gli studi era arrivato alla conclusione che il Ponte sullo Stretto si può fare. Non vi sono ostacoli di questo tipo, pur tenendo conto del rischio sismico che insiste sull’area. Anche in caso di un violento terremoto, il ponte sarebbe in grado di resistere, purché costruito a regola d’arte assieme alle infrastrutture correlate. In Giappone esistono ponti in grado di sostenere violenti campi di scuotimento in caso di sismi catastrofici, sollecitazioni che sono ben confrontabili con la magnitudo del terremoto del 1908 avvenuto nello Stretto. Poi, e qui parlo da semplice cittadino, penso che la costruzione del ponte farebbe da volano per la realizzazione delle altre infrastrutture e per attirare capitali privati nazionali e stranieri. Con il Ponte la Sicilia diventerebbe un hub per il commercio in ambito mediterraneo; una testa di ponte per i commerci da e per l’Africa. Capitali cinesi sono investiti sui mercati africani e i cinesi hanno sempre guardato con interesse alla realizzazione del ponte. Tutto questo porterebbe a migliorare porti, strade e ferrovie. Dire che bisogna fare prima le infrastrutture e poi il ponte è un modo diverso di guardare le cose. Un po’ come l’annoso quesito se è nato prima l’uovo o la gallina. Il fatto è che se non si agisce si resta al palo. Ma questa terra non può più permettersi di stare a guardare».

di Alfio Di Marco

 

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