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«Tradito per trenta denari». Parla il papà di Giuseppe Lena

CATANIA

Solo la verità, è questo ciò che chiede il papà di Giuseppe, il ragazzo di 20 anni che è morto tre anni fa durante un allenamento di arti marziali.

«Nessun accostamento a Gesù Cristo ma solo una riflessione antropologica. Mio figlio non doveva morire così». A parlare è il papà di Giuseppe Lena, il ventenne di Cammarata che tre anni fa è morto durante un allenamento di Mixed Martial Art. «Che io pretenda giustizia è ovvio e a tratti scontato – afferma Franco – In realtà voglio avvicinarmi alla verità vera perché sono sicuro che non è stato detto tutto. Tradito per trenta denari… “non lo conosco, non so chi sia”… la storia si ripete dopo duemila anni lasciando in croce a morire la persona di cui un attimo prima si dicevano amici fraterni».

Uno sfogo che cela un grande dolore. Quel giorno suo figlio lo ha chiamato prima di andare all’allenamento e dopo alcune ore la doccia fredda. Giuseppe aveva eseguito una proiezione ed era finito in ospedale, in coma. Due giorni dopo l’elettroencefalogramma è piatto. Giuseppe è morto.

Strano ma vero, stando a quanto dichiarato dal dottor Racalbuto che è stato il primo a soccorrerlo al pronto soccorso, gli amici e compagni di allenamento di Giuseppe in quegli istanti concitati hanno dichiarato di non conoscerlo. «Non lo conosciamo, non sappiamo chi sia. È un ragazzo che si allenava in palestra». Solo che fino a mezz’ora prima, loro erano gli stessi che stavano eseguendo la proiezione sul tatami e uno in particolare, era anche suo coinquilino. Qualcosa non torna…

«Si, hanno detto di non conoscerlo tanto che nelle generalità della prima tac c’è scritto “assistito sconosciuto”. Giuseppe ha lasciato un vuoto immenso nella vita mia, di mia moglie Tonina e di mio figlio Marco e sono certo che la verità resterà solo in chi la conosce e non verrà mai fuori. Io credo nella giustizia ma sono consapevole che essa è fatta di uomini e questi possono sbagliare. Duemila anni fa come oggi, non c’è stata evoluzione: l’essere umano nei momenti di maggiore tensione, perde la razionalità e fa uscire la propria parte animale. Riflettiamo sulla nostra società. Ciascuno di noi è colpevole o innocente di ciò che succede in questo pianeta e noi dobbiamo essere i primi giudici di noi stessi quando ci guardiamo allo specchio».

Subito dopo la morte di Giuseppe, sia i compagni di allenamento sia i proprietari della palestra hanno parlato di “malore”. Ieri deponendo in udienza, il medico legale Paolo Procaccianti li ha smentiti: «Giuseppe è stato ucciso da un corpo contundente che ha provocato una brutta emorragia cerebrale».

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