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Mamme che uccidono i figli: «Non è giudicando che ci salviamo»

A ripeterlo quasi fa paura: 30 anni per omicidio. Per la morte di suo figlio, Loris.  Fa paura a pensarci. Quelle accuse, la condanna, il carcere, il dolore. L’immagine di Veronica Panarello sembra non prescindere più da come appare oggi. Riesce difficile pensare a lei senza pensare alla morte del piccolo Loris. E per quella morte, lei è stata giudicata colpevole dal gup, Andrea Reale.
È giovane Veronica. Ha lo stesso volto del suo Loris. Ma Loris non c’è più. Rimane qualcosa di lui sul volto di lei. Ma in pochi, forse, guardandola, vogliono vedere quel legame. Di sangue, ineluttabile. La sua condanna fa paura. Perché c’è una madre e c’è un bimbo ucciso. E la madre è stata condannata per quell’omicidio, seppure lei continui a dirsi innocente.
La gente osserva una storia che fa paura. Perché in questa storia le cose sono andate come non dovevano andare. E c’è un bimbo morto e una madre in carcere. A questo punto il giudizio diventa la strada. Le categorie diventano uno strumento per separare il giusto dall’ingiusto, i cattivi pensieri dai buoni. E sembra non ci sia pietà, misericordia. Lo sguardo di molti è arrabbiato, odioso, impaurito. Pieno di amarezza, di orrore, di condanna. Veronica quasi non prescinde più dalla sua condanna. Non è certo il primo caso in Italia. Ma da cosa nasce l’istinto, il bisogno di giudizio su una vicenda così tanto dolorosa, delicata, drammaticamente vera e complessa?
«Quando ci troviamo di fronte a esperienze tanto drammatiche abbiamo bisogno di capire e di rassicurarci – spiega Laura Bongiorno, psicoterapeuta -. Per questo cerchiamo spiegazioni che ci aiutino a tenerci lontano dal vissuto doloroso. Vogliamo “essere al sicuro” dall’orrore, dalla violenza, dalla follia.  Andiamo in cerca di spiegazioni plausibili che diano senso a una realtà troppo difficile da digerire. Abbiamo bisogno di pensare che siamo sull’altra sponda, quella della “normalità” e che quell’orrore non può toccarci, non può riguardarci. Tendiamo a dividere il mondo in buoni e cattivi E non c’è strada che unisce queste due categorie. Non deve esserci. C’è solo “un’altra sponda”, una “non normalità” da cui prendere le distanze, salvifiche, consolatorie, terapeutiche nel fare del giudizio senza commiserazione la ragione trovata. Il bandolo della matassa».
«Difficilmente – continua – c’è una volontà di “comprensione”. Dove comprensione non significa giustificazione ma capacità di stare con quello che succede, senza scappare subito. Quando veniamo a contatto con questi episodi terribili cerchiamo spiegazioni plausibili (un disturbo di personalità, gravi problemi, traumi, ecc.),  “qualcosa” che possa aiutarci a sopportare di non essere al sicuro. Cerchiamo solo di rendere riconoscibile il pericolo per poterlo evitare. Paradossalmente in questo modo abbiamo però meno possibilità di proteggerci. E non è giudicando che ci salviamo, Non è “alzando” muri fatti di categorie che tracciamo la strada giusta. C’è una giustizia doverosa che fa il proprio corso. E poi c’è un giudizio che salva dalla paura».
O forse no.

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