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Uffici di collocamento paralizzati. Il fallimento del Jobs Act in Sicilia

CATANIA

In Sicilia il 48,7% della popolazione è inattiva, non lavora e non cerca occupazione.

Un sistema paralizzato, una riforma, quella delle politiche attive, mai partita e una regione, la Sicilia, che incassa l’ennesimo fallimento targato Jobs Act. A snocciolare i dati del clamoroso buco nell’acqua è l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro: il 48,7% dei siciliani è inattivo, non lavora e non cerca occupazione. Un’isola di scoraggiati, 332 mila donne e 259 mila uomini non utilizzano alcun servizio di intermediazione per la ricerca del lavoro. E sapete perché? Semplice… gli uffici di collocamento non funzionano.

Strano ma vero, proprio la riforma delle politiche attive è congelata… eppure, essa era una delle tre gambe sulle quali si reggeva il Jobs Act. Dito puntato dunque non contro le aziende e la liberalizzazione bensì contro lo Stato.

«Che ci sia una paralisi nella riforma è sotto gli occhi di tutti – spiega Concetto Ferrarotto, avvocato del Lavoro – I centri di collocamento avrebbero dovuto creare un raccordo fra il lavoratore disoccupato e le aziende in cerca. Ma questo non è mai decollato così come la formazione professionale. In principio si doveva aiutare il lavoratore a coltivare un percorso di sviluppo di competenze adeguate al mercato ma nulla è accaduto». Nessuna attività di monitoraggio, ascolto e sostegno ai lavoratori.

Ma se non riparte l’economia come si dovrebbero creare i posti di lavoro?

«Anche se sono molto più fiducioso rispetto a prima – continua l’avvocato Ferrarotto – il problema è proprio questo. Le aziende assumono se l’economia gira. Il primo anno c’erano grandi incentivi e quindi automaticamente ci sono state molte assunzioni ma già a partire dal secondo anno i dati sono crollati drasticamente perché le agevolazioni sono state dimezzate. È il cane che si morde la coda».

Il Jobs Act consta dunque di diversi punti, anche se i riflettori sono stati spesso puntati sulla maggiore libertà di assunzione e licenziamento concessa alle aziende ossia la liberalizzazione. In realtà proprio la paralisi della riforma delle politiche attive rappresenta un altro nodo incriminato.

Enna è la regione con la più alta percentuale di popolazione inattiva (52,7%) mentre il tasso più basso si tocca a Ragusa con il 42,4%. A questo si aggiunge che dai dati amministrativi delle comunicazioni obbligatorie sembrerebbe che l’esonero contributivo del 2015 non abbia avuto alcuna influenza positiva. Ma se c’è un altro elemento che fa riflettere è il livello d’istruzione degli occupati siciliani: metà degli uomini non ha completato la scuola dell’obbligo mentre la metà delle donne è diplomata e un quarto laureata.

E quanto ad istruzione e lavoro, il 37% dei giovani fra i 15 e i 29 anni non lavora, non studia e non frequenta i corsi di formazione. Alla Sicilia, dunque, di nuovo la maglia nera dei Neet.

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