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Le porte pittate di San Berillo, l’arte di strada diventa denuncia

Quaranta artisti hanno lavorato tra piazze e stradine per attirare l’attenzione sull’incerto futuro del quartiere   

CATANIA

Pittare i muri e le porte di San Berillo dall’esterno, per curare l’umanità che ci vive dentro.  È il motivo che anima il progetto di Res Publica Temporanea realizzato nello storico quartiere a luci rosse di Catania, un percorso nello stile dell’arte stradale compiuto «senza permessi né autorizzazioni, se non quelli delle persone e delle associazioni che nel quartiere vivono e lavorano». Non fosse altro perché i membri di Res Publica si definiscono ironicamente «giovini carbonari liberi in uno stato lavico e ideatori e installatori di messaggi iconici».

Tra improbabili “vendesi”, occupazioni estemporanee e ingressi murati, San Berillo racconta le storie di vita quotidiana di extracomunitari e prostitute. Un caleidoscopio umano che si accende di notte, nel passìo godereccio illuminato dalle luci di locali e ristoranti. Raderlo al suolo o riqualificarlo, il dilemma irrisolto da decenni. Un quartiere uguale a se stesso, per il quale la svolta definitiva non è mai arrivata.

«Il quartiere sta morendo – commenta Luca, portavoce del collettivo di artisti – Il suo futuro continua a non interessare agli amministratori di questa città nonostante ci sia il valore inestimabile dato dalla gente che lo abita. Mentre i gruppi speculativi e i soliti noti aspettano il momento opportuno. La nostra non è un’idea di riqualificazione, non abbiamo questa pretesa e non spetta certamente a noi. Con i nostri colori cerchiamo solo di migliorare una zona dal punto di vista sociale, come facciamo anche a Librino o a Picanello. Si tratta solo di interventi».

Luca individua la bellezza del quartiere scavalcando l’immagine scontata di pub, alcolici, artisti e puttane. Perché «è brutto togliere quel poco di memoria rimasta in città, mentre l’amministrazione pensa ai fatti suoi preferendo andare in una strada dove il basolato è già buono».

 

 

Difficile però capire cosa si possa cambiare con i colori. Perché un centro urbano che soffre la schizofrenia amministrativa dalla fine degli anni ’50, andrebbe recuperato per il sol fatto di essere ancora in vita. Un gesto premiante per la resistenza.

«Il colore cambia i connotati di qualcosa – sottolinea Luca in presenza del nostro dubbio – cambia l’esterno per cambiare l’interno. Per noi “banditi” (ndr senza permessi) ciò che conta è il contatto con la gente. Ci serve per crescere ed è un approccio che prescinde dall’arte. Noi siamo andati in casa d’altri e abbiamo scoperto che il disegno prende tutti, senza esclusione sociale, politica, ideologica. Progetti per avvicinarci gli uni agli altri, momenti di denuncia perché ogni quartiere ha i suoi problemi».

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