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Caso Ciancio, Cassazione ribadisce: «Concorso esterno, reato consolidato nel nostro sistema giuridico»

Depositate le motivazioni della Cassazione. Il dispositivo era stato emesso il 14 settembre scorso. Contro il proscioglimento dell’imprenditore avevano presentato ricorso la procura di Catania e i fratelli del commissario di Polizia Beppe Montana, ucciso dalla mafia

CATANIA

Il concorso esterno in associazione mafiosa è un reato consolidato nel nostro sistema giuridico. Lo ribadisce la quinta sezione della Cassazione nelle motivazioni depositate oggi con cui ha annullato, con rinvio ad un altro giudice per l’udienza preliminare, la sentenza di non luogo a procedere emessa dal giudice Gaetana Bernabò Di Stefano il 21 dicembre scorso, sulla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno avanzata nei confronti dell’imprenditore Mario Ciancio Sanfilippo. Secondo i giudici della Suprema corte «non si sorregge in alcun modo la conclusione della non configurabilità della fattispecie del concorso esterno nel reato associativo» che ha di principio «una funzione estensiva dell’ordinamento penale, che porta a coprire anche fatti altrimenti non punibili».

Nelle motivazioni la Cassazione sottolinea il fatto che, in caso di una diversa interpretazione, deve essere «sollevata questione di legittimità costituzionale». E sulla genericità del capo di imputazione citata dal gup di Catania, i giudici rilevano che «se l’avesse ritenuta tale avrebbe dovuto non pronunciare una sentenza di non luogo a procedere», ma «invitare il Pubblico ministero a precisare l’imputazione». Per la Suprema corte, il Gip, nel «sottolineare la necessità di approfondimenti indicati dimostra che il quadro istruttorio era suscettibile di approfondimento». E inoltre, rileva la Cassazione, in caso di sentenza di non luogo a procedere, «deve valutare se gli elementi acquisiti siano non idonei a sostenere un’accusa in dibattimento, senza una complessa e approfondita disamina del merito del materiale probatorio, né formulare un giudizio sulla colpevolezza dell’imputato».

Per la Cassazione «assumono rilevanza penale tutte le condotte, anche se “atipiche”, poste in essere da soggetti diversi che, se valutate complessivamente, siano risultate conformi alla condotta tipica descritta dalla norma ed abbiano contribuito casualmente all’evento».

Come si ricorderà, l’editore catanese era finito sotto indagine nel 2007, ma nel 2012 la procura di Catania ne aveva chiesto l’archiviazione. Richiesta bocciata dal giudice per le indagini preliminari, che aveva ordinato ulteriori accertamenti. A distanza di 3 anni i pm avevano chiesto di processare Ciancio ma erano stati stoppati dalla sentenza di non luogo a procedere emessa il 21 dicembre 2015.

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