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Si laurea a Catania e oggi lavora alla Nasa: la storia di Marco Pavone

Creare robot in grado di riparare un satellite o di montare oggetti complessi nello spazio. È la sfida quotidiana di Marco Pavone, 36 anni, nato a Torino ma vissuto poi a Genova, Roma, L’Aquila e Catania, uno dei finalisti del Franco Strazzabosco Award for Engineers degli ‘Issnaf Award 2016’, premi che saranno consegnati il 18 ottobre nell’ambasciata italiana a Washington, durante l’evento annuale della Fondazione che raggruppa 4 mila scienziati e accademici italiani attivi in Nord America.

Una laurea in Ingegneria Informatica a Catania ma soprattutto l’ammissione alla Scuola Superiore di Catania: proprio per fare la tesi finale della scuola Marco Pavone ha il primo contatto con il mondo statunitense, volando a Los Angeles. Comincia così nel 2005 l’esperienza americana, che lo porta, nel 2010, ad ottenere il dottorato di ricerca in Aeronautica e Astronautica al MIT (Massachusetts Institute of Technology), e successivamente a lavorare al NASA Jet Propulsion Laboratory (JPL), il centro NASA che si occupa dell’esplorazione robotica del sistema solare. Attualmente Marco Pavone e’ professore di Aeronautica e Astronautica alla Stanford University, dove e’ direttore dell’Autonomous Systems Laboratory. Marco Pavone si occupa di intelligenza artificiale: il suo è un lavoro matematico e computazionale per far sì che i robot di nuova generazione, messi in condizioni impreviste, sappiano prendere le scelte giuste e affrontare tutte le variabili. Uno dei campi di applicazione, ad esempio, è quello delle macchine senza autista – una delle principali tecnologie emergenti nel campo della robotica. Ma Marco Pavone si occupa soprattutto di robotica aerospaziale.

«L’obiettivo – spiega – è quello di costruire robot capaci di manipolare oggetti nello spazio. Questo ha delle ricadute fondamentali: permetterebbe ad esempio di mandare robot in orbita a riparare satelliti danneggiati, molto costosi, che attualmente non si possono recuperare perché è troppo rischioso per l’uomo intervenire. Un’altra cosa molto complicata è trasportare grandi oggetti nello spazio. Creando dei robot che riescono ad assemblare i pezzi direttamente in orbita si riuscirebbe a risolvere il problema».

C’è poi l’aspetto dell’esplorazione di ambienti come comete o asteroidi dove la gravità è bassissima: cadendo da un metro di altezza si impiegherebbero 2 minuti per toccare terra. Là i robot tradizionali, che si muovono con le ruote, sono inefficaci: c’è troppo poco contatto col terreno per procedere spediti. Marco Pavone in collaborazione con il JPL sta sviluppando una nuova tipologia di robot capaci di muoversi con destrezza in ambienti micro-gravitazionali.

Per Pavone una delle forze del modello statunitense è la capacità di far crescere la propria posizione velocemente: «Dopo un anno alla Nasa già coordinavo diversi progetti, qui a Stanford coordino una squadra di più di 15 ricercatori. Immagino di continuare il mio lavoro a Stanford come professore e prendermi, quando potrò, un anno sabbatico. E là si apriranno due strade: o prestare servizio alla Nasa ed avviare nuovi progetti legati alla robotica aerospaziale, o provare un’avventura imprenditoriale legata alla robotica».

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