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Medico aggredito al Pronto soccorso: «Ecco la mia storia» – ESCLUSIVA – VIDEO

CATANIA

Tre aggressioni in un solo giorno di lavoro. Il filmato, ripreso da un cellulare, fa capire che da lì a breve, succederà qualcosa. L’ultima colluttazione di una “cronaca annunciata”, in ospedale

Catania. Le immagini, riprese da un cellulare, il cui audio è confuso e disturbato, riportano le voci di parenti di pazienti che in corridoio descrivono come avrebbero voluto aggredire verbalmente il medico. In dialetto uno (“iu vegnu ca, a pigghiava, a lassava in terra…”… “accussì a prossima vota ci pinsava 30 voti”… “u me avvocato mi dissi la prego non ci isi i manu, tantu a chissa a cunsumamu”). L’audio finale, è quello della dott.ssa B. (così la chiameremo), aggredita e che ha denunciato i fatti.

Stava svolgendo il suo lavoro. Niente di più…
La dott.ssa B., medico in servizio al Pronto soccorso dell’ospedale Vittorio Emanuele di Catania, è stata aggredita da un paziente. E ha denunciato l’aggressore. La sua storia, raccontata in esclusa a Ultima Tv, è l’ennesima dimostrazione del fatto che il Pronto soccorso sia diventato per chi ci lavora “una trincea di guerra”, come riportato in una nota congiunta scritta da due organizzazioni sindacali (Anaao Assomed Sicilia e Fsi).
«É stata davvero una giornataccia. Tre aggressioni in un solo giorno. Due nel pomeriggio e una nel turno notturno. Alle 14.00 – racconta la dott.ssa B. – prendevo in incarico la cartella di un giovane che era stato portato da noi in mattinata dagli operatori del 118. Decidendo di rivalutarlo, gli comunicavo che dovevano essere eseguiti ulteriori accertamenti e che avrebbe potuto anche mangiare; spiego che alle 21 sarebbe stato fatto un terzo prelievo e che dunque era indispensabile non allontanarsi dall’Ospedale.
«Giunto l’esito del prelievo e volendolo mettere a conoscenza, cerco il paziente che però non trovo in nessun ambulatorio o stanza del Pronto soccorso. L’ho cercato personalmente anche al Triage, (luogo più vicino all’uscita, ndr), l’hanno chiamato ripetutamente con l’interfono e poi finalmente, solo dopo 30 minuti, si presenta sostenuto da due infermieri motivando di “non sentirsi bene”. Subito gli spiegai che essendosi allontanato dall’ospedale, la cartella medica era chiusa…. che non potevo modificare gli orari di entrata e uscita, che questa era la Legge e che non potevo riaprire una cartella già chiusa come “abbandono d’ambulatorio”.
«Non riuscii ad aggiungere altro che, alzandosi di scatto, l’uomo iniziava a dare pugni sui muri minacciandomi verbalmente in dialetto “e cu si tu a leggi? Ora ti fazzu avviri iu”».
Poi esce dall’ambulatorio, correndo sul corridoio, urlando.

Non è una novità, d’altro canto, che le attese nei Pronto soccorso siano lunghe. Frutto purtroppo dei tagli alla sanità, alla sempre più pressante esigenza di refertare in modo veloce. Anche perché spesso ci si reca al Pronto soccorso quando non si dovrebbe, intasando inutilmente l’efficienza stessa della struttura.
«Visto che l’uomo era andato via – continua la dott.ssa B. – invitai un secondo paziente accompagnato dal figlio, ad entrare in ambulatorio, quando il signore precedente si ripresentava intralciando il mio lavoro e invadendo la privacy dell’anziano signore. Scatta la colluttazione fra i due, alternata a minacce verbali. Chiedo al Triage di chiamare la Polizia dal pulsante di sicurezza, ma capisco e mi dicono che al Triage il meccanismo non funziona (è stato poi riparato, ndr). Allora telefono dal mio cellulare».

Poi la storia la conosciamo già. È stata pubblicata su diversi media la vicenda delle tre aggressioni, in una sola giornata. Lei è di quelle. La dott.ssa B. ha sporto denuncia, e l’aggressore è stato portato in Questura.
«Dopo essermi soffermata dopo l’orario di lavoro con la Polizia per dichiarare il fatto e prima di andarmene, sento delle voci sostenute che provenivano dal corridoio del Pronto soccorso in cui un parente parlava con altri descrivendo ad alta voce come avrebbe voluto aggredire la collega e che consultandosi con il suo avvocato “l’avrebbero comunque cunsumata”.
«Con il telefonino riprendo ciò che succede allo scopo di fare capire, pur con pochi mezzi, quello che stava accadendo (le immagini sono in questo servizio, le avete viste/sentite, e le farsi le abbiamo riportate).

«Ma non è sempre così. Ci tengo a chiarirlo. Questo non è un “far west” com’è stato definito il Pronto soccorso. È il primo filtro in cui noi medici accogliamo i pazienti. Sono oltre 3.700 in media, le persone che vengono viste dal singolo medico. E non è sempre così: sui 3.699, uno ha fatto scalpore.
E prosegue.
«Se ho denunciato e raccontato la mia storia, non è perché sono alla ricerca di fama e di gloria, ma solo perché è bene che tutti sappiano che noi abbiamo fatto un giuramento: quello di curare i pazienti. E questo facciamo! Che non è giusto lasciare da sola la mia collega che per prima ha denunciato gli aggressori.
«È anche vero però, che i servizi di sorveglianza devono aumentare – noi al Vittorio Emanuele anzi, siamo supportati dalla presenza di videocamere e da una direzione sanitaria che ci sostiene anche dal punto di vista legale. Perché, è bene ricordarlo, la colpa ricade sempre sui medici, raramente sui pazienti sebbene con queste aggressioni, si attui di fatto, un’interruzione di pubblico servizio».

Poi è arrivata la sera, e si è fatto buio. E la dott.ssa B. ha percorso la strada che conduce al parcheggio, ricordando le minacce del suo aggressore.

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