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Gioco d’azzardo patologico: numeri in crescita e famiglie disperate

CATANIA

Quando il gioco diventa patologia. Quello d’azzardo, quello che gli esperti chiamano Gap: gioco d’azzardo patologico. In inglese è gambling.
Ma senza troppi giri di parole, cos’è il gambling? È una vera e propria dipendenza, classificata nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Qualcosa da affrontare con strumenti adeguati e conoscenze specifiche, «qualcosa da affrontare con una terapia adeguata», spiega Gaetano Grimaldi psicopedagogista e dirigente all’interno del Sert Ct2.
«Rispetto al 2015 – continua – nella nostra struttura abbiamo registrato un’implementazione media del 6% degli ingressi ed è un continuo crescere. Nel 2008 i primi casi. Ma dati alla mano e considerando solo il Sert Ct2, basti pensare che nel 2010 avevamo 19 utenti. Nel 2015 siamo arrivati a 187 persone trattate. Nel 2011 erano 38, nel 2012, 89; l’anno dopo 136 e l’anno dopo ancora 169». Sono numeri che non passano inosservati. È gente che si rivolge a centri specializzati perché ha perso tutto. Spesso anche tutti.
«La maggior parte sono uomini, ma attenzione: parliamo della maggior parte della gente che si rivolge alle nostre strutture. Questo non significa che le donne non giochino. Sono prevalentemente persone dai 25, 28 anni ai 50, 56 anni ma abbiamo anche casi di 80enni. Dai 25 ai 50 giocano perlopiù alle slot machine, in pochi sono attratti dai cosiddetti “gratta e vinci”; i più giovani sono attirati dalle scommesse sportive. Le donne, invece, generalmente giocano al “10eLotto”, al bingo o “grattano” quelle cartoline che invitano a tentar la fortuna. Uomini o donne sono tutte persone vulnerabili, la maggior parte ha problemi di lavoro, hanno vite familiari infelici e finiscono con l’avere debiti su debiti. Ho conosciuto gente benestante – continua Grimaldi – imprenditori che oggi si ritrovano a mangiare alla Caritas, che racimolano soldi come possono. Ho conosciuto dirigenti d’azienda che sono arrivati a perdere cifre impensabili. Ne ricordo una in particolare: ha perso 980 mila euro. Era un uomo ricco. Oggi non ha più nulla».
Chi è la persona che decide di giocarsi tutto?
La fetta maggiore di “malati” di gambling è costituita dunque da uomini. «Uomini con diversi livelli culturali: dalla licenza elementare, alla laurea. Non c’è un profilo tipo. Quando arrivano da noi sono disperati ma non dimentichiamoci che solo il 3% di persone con problemi legati al Gap, si rivolge a noi. Il fenomeno sommerso è immenso. Immenso.
Chi chiede aiuto, spesso, ha già perso il lavoro, nella maggior parte dei casi non possono neppure pagarsi un caffè e solo una piccolissima percentuale di coloro che trattiamo arriva senza che venga spinto dalla famiglia. Meno dell’1% dei casi. Seppure questi siano i casi più facili da recuperare. La famiglia riveste un ruolo importante nel percorso di ripresa.
La terapia dura normalmente 30 mesi ed è fatta di tanti momenti: dagli incontri individuali, a quelli di gruppo; dal confronto in famiglia, al monitoraggio della persona».
Ma quali sono i dati a livello provinciale? Lo spiega ancora Grimaldi che nell’arco dei suoi anni di lavoro, ha visto storie di disperazione ma anche di rinascita. «Lavoriamo in équipe, il dott. Giuseppe La Rocca è il nostro responsabile (Sert Ct2). Lavoriamo insieme e facciamo il possibile perché questi numeri diminuiscano».
Nel Sert Ct1, Ct2, Ct3, i pazienti trattati, per tutta la durata dell’anno 2015, sono stati 427; al Sert di Acireale 39; in quello di Adrano 10, così come a Bronte; a Caltagirone sono 14; a Gravina di Catania 21; 31 a Paternò e 26 a Giarre. Per un totale di 578 pazienti trattati per gambling al dipartimento per le dipendenze patologiche della provincia di Catania.
Un invito: «Bisogna stare attenti al tempo che si dedica al gioco – spiega Grimaldi – prestare attenzione ai soldi spesi per il gioco. Fate attenzione alla vita di relazione: il Gap isola. Rende soli. Ma quando il problema è diventato più grande di noi occorre recarsi in un servizio pubblico per le dipendenze e qui affidarsi agli esperti. Ho conosciuto gente – spiega Grimaldi – che si è giocata tutto, interi stipendi, liquidazioni. Arrivano a vendere bene personali o della famiglia. Arrivano a vendere tutto. A perdere tutto».

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