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Fuocoammare, all’emergenza di Lampedusa l’Italia sceglie il gossip

Nella Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’imigrazione, Rai3 ha trasmesso in prima serata il documentario di Gianfranco Rosi Fuocoammare. Una testimonianza autentica di ciò che quotidianamente accade a Lampedusa, isola dell’accoglienza, tra la vita tranquilla dei suoi cittadini e la cruda e atroce realtà che i volontari e i medici dell’isola affrontano ogni giorno, nel disperato intento di salvare le vite dei profughi che giungono in quella terra di confine.

Il conflitto televisivo è stato forte, il documentario di Rosi si è scontrato con un concorrente ancora in Italia, purtroppo, imbattibile il Grande Fratello Vip (21,6% share). Nonostante tutto però, l’interesse per il docu-film candidato agli Oscar e per il tema di così importante impatto storico sociale è stato copioso e ha premiato Fuocoammare con uno share del 8.8% pari a 2.273.000 spettatori.

Mi chiedo se, data la rilevanza della giornata, non fosse stato più opportuno mandare in onda il documentario su Rai1, ma forse ai vertici della rete si è pensato potesse essere una mossa azzardata. Del resto ancora oggi gli italiani sembrano preferire il gossip e le urla dei vip all’interno della casa più spiata, probabilmente per evadere o solo per girare la testa dall’altra lato, evitando di affrontare qualcosa che fa paura e che si reputa quasi non appartenerci, mentre invece è un fenomeno che ci coinvolge perchè non è di fatto lontano da noi.

Abbiamo chiesto l’opinione di alcuni esperti e hanno espresso le loro considerazioni su Fuocoammare e sulla forte realtà che racconta.

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Sebastiano Gesù, storico e critico cinematografico, fondatore del Festival internazionale del cinema di frontiera di Marzamemi ha affermato: «In Fuocoammare, Gianfranco Rosi, con sguardo bifocale punta un occhio sulla vita quotidiana e monotona di Lampedusa raccontando le giornate, tutte uguali, passate dal piccolo Samuel tra famiglia, cacciare uccelli, frequentare la scuola o imparare ad andare in barca, mentre con l’altro occhio, che è poi quello dell’unico medico dell’isola, il dottor Bartolo racconta la grande tragedia dei nostri tempi, che parla di mare, di confini, di frontiere chiuse, di accoglienza, di emigrazione di migliaia di donne, uomini e bambini che quel mare, quotidianamente cercano di attraversare alla ricerca di una vita più degna, trovandovi spesso, la morte. Una tragedia quotidiana che non ha intaccato il cuore umano del medico e della sua isola. Il film di Rosi, arriva al momento giusto, e invita lo spettatore a riflettere, con discrezione e pudore, senza tirare colpi bassi per commuovere, ma come direbbe Sciascia con occhio lucido e con cuore fermo».

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Il regista catanese Elio Sofia, che ha diretto “The Last Reel – L’ultimo metro di pellicola” premiato al Taormina Film Fest con il Cariddi D’oro, acclamato in America e Spagna, ha espresso il suo apprezzamento per l’opera di Rosi: «Fuocoammare è l’esempio più alto di cinema del reale (altrimenti detto documentario) che assurge a Cinema. La realtà di un’isola raccontata nella sua quotidiana “noia” e isolamento, rotto dall’immane tragedia che la vede protagonista. Merito al regista Rosi che da solo in trasferta sull’isola ha ideato, costruito e girato un lavoro di profonda poesia, neo realista. Un cinema coraggioso che forse non ha un pubblico alla sua altezza, ma che forte dei riconoscimenti internazionali ricevuti e dall’attualità del tema migranti, ha trovato il giusto spazio e la giusta notorietà. Mi auguro che ci sia spazio per altrettanti lavori spinti dalla loro bellezza (stilistica e non solo) piuttosto che dall’attualità del tema trattato che comunque accende sempre l’attenzione anche dei più distratti. Rosi puntuale e presente in un genere che dimostra ormai di padroneggiare come solo un grande autore, forse l’intero cinema( quello dei grandi festival e della critica più popolare) lo ha scoperto un pò in ritardo ma lui ha avuto il coraggio di perseguire il suo ideale stilistico e narrativo avendo ragione su tutta la linea. Lunga vita a Fuocoammare».

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Abbiamo ascoltato anche l’opinione di un giovane universitario appassionato di cinema e di storia Marco Fallanca, che ha carpito l’anima del film: «Fuocoammare ci fa sentire un po’ più vicino il dramma dei migranti. Splendida la fotografia e sapiente il montaggio. Rosi ha vissuto Lampedusa per un anno e ha realizzato un documentario sui generis. Non la solita inchiesta giornalistico-televisiva che si focalizza su immagini scioccanti, interviste più o meno interessanti finalizzate a un impianto puramente drammatico della realtà. Fuocammare ritrae la quotidianità, anche a se a volte in modo imperfetto e un po’ superficiale. Apprezzo l’assenza di retorica e il fatto che abbia privilegiato il punto di vista del bambino, anche se spesso ha edulcorato. Due registri diversi che rimandano a due film diversi. La seconda parte sicuramente è quella riuscita meglio. Al di là dell’estetica è un film contemporaneo, che fa riflettere. Credo che questa sia la cosa più importante. Dati gli standard del servizio pubblico mi sorprende sia stato trasmesso in prima serata. In merito alla candidatura agli Oscar ho qualche riserva e perplessità: non discuto il documentario (che magari avrà le sue buone chances) ma credo abbiamo sprecato una buona possibilità per vincere la statuina con altri film, sicuramente più affini al gusto americano»

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Infine abbiamo interpellato Antonio Ciravolo, medico del Ministero della salute che si occupa di migrazione e vive quotidianamente la realtà di Fuocoammare, ma anche scrittore con all’attivo ben due romanzi e cinefilo: «C’è un qualcosa che rimane quando si lascia la banchina di Fuocoammare e si torna sulla terra ferma. Ed è la percezione immateriale che ristagna nei sensi di chi questo dramma lo osserva da vicino. Lo dico davvero. Come in passato hanno trafitto le sbarre di Cesare deve morire dei fratelli Taviani o stordito le inalazioni di colla nelle fogne dei “boskettari” nella Parada di Pontecorvo, alla fine di questo naufragio per gli occhi rimane la schiuma di un silenzio. Quello stesso silenzio affannato che di solito rimbomba tra le orecchie e la bocca quando si respira l’aria di plastica filtrata da una mascherina. È tutto lì. E l’arte, questa di Rosi, restituisce tutto il silenzio che gli occhi riuscirebbero mai a sopportare. È un mutismo che terrorizza e al contempo sarebbe opportuno assecondare. Per ammettere, anamnesticamente, di quale orribile asfissia riusciamo ad imporci la sofferenza. Un mal di terra, il nostro, che non porta né spaesamento né vertigine, ma ci costringe ad una reazione convulsa dell’essere umano contro l’essere umano. Diciamoci allora, in silenzio, che oltre la Berlinale, oltre la neo candidatura agli Oscar, oltre le propagande, gli spot e le commemorazioni, esiste questo silenzio di schiuma che non ha colore e forma, a cui tutti apparteniamo, a cui tutti dovremo, un giorno, restituire noi stessi».

 

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