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San Giuseppe Jato: fra droga ed estorsioni in manette boss e gregari

PALERMO

Sedici arresti fra boss e gregari. Sotto la lente d’ingrandimento il mandamento di San Giuseppe Jato.

San Giuseppe Jato. Mafia, estorsioni, spaccio… e bastonate. Queste non mancavano mai per chi non ubbidiva. Tutti dovevano farlo, tutti dovevano riconoscere il potere del gruppo di Gregorio Agrigento.

Perché lì, a San Giuseppe Jato qualcuno voleva imporsi con la forza sulla fazione alle dipendenze di Giovanni Di Lorenzo. C’era fibrillazione, nervosismo, fastidio.

Una riorganizzazione che stava riguardando tanto la famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato quanto quella di Monreale. Lotta di potere fra schieramenti rivali.

Uno dei momenti di maggiore tensione è stato vissuto fra ottobre e novembre 2014, quando proprio l’anziano boss Gregorio Agrigento si è ammalato. A prendere il suo posto Ignazio Bruno che ha dovuto assumersi decisioni importanti sia sulla riorganizzazione dell’organigramma delle due famiglie mafiose sia prendendo parte ad incontri, summit con altre articolazioni territoriali di Cosa Nostra e in particolare del mandamento mafioso di Corleone.

Più complessa la situazione della famiglia di Monreale. Qui nel 2013 si è creato un vuoto di potere con l’arresto del boss Vincenzo Madonia e di altri associati. A subentrare al comando è stato Giovan Battista Ciulla che insieme con Onofrio Buzzetta voleva creare nuove alleanze e modificare le strategie operative della consorteria locale.

Tensioni su tensioni, amplificate dalla scarcerazione di Isidoro Benedetto Bungusto a novembre 2014. E proprio Ciulla e Buzzetta volevano puntare su di lui e sui suoi uomini. Mossa questa che ha creato astio con i vertici della cosca di San Giuseppe Jato. Per questi ultimi, Ciulla non era più in grado di gestire gli affari della famiglia di Monreale e per di più aveva sottratto soldi dalle casse del mandamento. A questo quadro di per sé frastagliato, si aggiungeva la sua relazione extraconiugale con la moglie di un soggetto che si trovava in carcere, violando così il codice d’onore di Cosa Nostra.

Dalle indagini è emerso che la famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato voleva, adesso, farlo fuori e uccidere lui e l’amico Buzzetta. Ma Ciulla non gli ha dato il tempo: l’8 febbraio 2015 è scappato in un comune della provincia di Udine.

Un fuga, questa, che ha creato grosse fratture all’interno del clan. Serviva individuare un nuovo responsabile che si occupasse degli affari della famiglia. A segnalare un nome, sono stati gli imprenditori edili Domenico e Salvatore Lupo, che hanno proposto e investito della carica Francesco Balsamo, nipote di Giuseppe (catturato latitante nel 2002 e morto suicida in carcere).

Il 25 febbraio 2015 è avvenuta la riunione di mafia che ha formalmente attribuito il mandato a Balsamo e durante la quale, si è stabilito di esautorare e punire tutti i componenti del gruppo legato a Giovanni Battista Ciulla. Da questo momento è iniziata una lunga serie di episodi di intimidazione, aggressioni e minacce intercettati dai carabinieri del gruppo di Monreale che stamattina hanno arrestato 16 persone fra boss e gregari.

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