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Otto imprenditori denunciano il pizzo, 12 boss in manette

Duro colpo alla mafia corleonese. I carabinieri hanno arrestato 12 soggetti per associazione di tipo mafioso, estorsione e danneggiamento.

PALERMO

Corleone. Otto imprenditori si sono ribellati al pizzo e 12 soggetti sono finiti in manette per estorsione. Sono loro i boss di Corleone, gli eredi della scuola di Riina e Provenzano. E non a caso un nome che spicca nero su bianco è proprio quello di Carmelo Gariffo, nipote di Provenzano.

Sono loro gli uomini d’onore alla cui volontà tutti dovevano sottomettersi. Ma c’è stato chi non lo ha fatto… denunciando soprusi e angherie.

Associazione di tipo mafioso, estorsione e danneggiamento. I carabinieri, questa mattina all’alba, hanno fatto scattare 12 arresti. Le indagini, coordinate dai sostituti procuratori Caterina Malagoli, Gaspare Spedale e Sergio Demontis oltre che dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci, hanno scoperchiato la pentola bollente.

La lente d’ingrandimento si è poggiata sul mandamento mafioso di Corleone e delle famiglie di Chiusa Scalafani e Palazzo Adriano e sono stati ricostruiti gli assetti di vertice e i dialoghi fra gli esponenti apicali dei gruppi malavitosi di Cosa Nostra.

Tra i dodici arrestati nell’operazione “Grande passo 4” c’è dunque il nipote di Bernardo Provenzano, Carmelo Gariffo. Lui era in prima fila ai discussi funerali dello zio e già aveva in mente di riorganizzare il clan rilanciando gli affari. Uomo di esperienza, conosceva bene i segreti di Cosa Nostra; ha gestito la latitanza, la circolazione dei pizzini del capomafia e ne controllava pure gli affari.

«Basta uno, non c’è bisogno di cento. Ma non facciamo cose affrettate». Intercettato dai carabinieri, avrebbe esclamato queste parole riferendosi alla necessità di individuare una persona adatta a comandare. Da tre anni fuori dal carcere, infatti, discuteva già di pizzo e appalti.

In manette insieme a lui sono finiti anche due forestali, suoi stretti collaboratori, e i boss Pietro Marasacchia, Antonino Di Marco e Vincenzo Pillitteri. In carcere pure Bernardo Saporito, Francesco Scianni, Leoluca Lo Bue, Pietro Vaccaro, Vincenzo Coscino e Vito Biagio Filippello.

Loro erano i “forti”… loro credevano di avere “in pugno” tutto il paese e le zone limitrofe.

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