Ti trovi qui
Home > Apertura > Corleone, imprenditori rompono il silenzio. In carcere 12 boss

Corleone, imprenditori rompono il silenzio. In carcere 12 boss

Otto imprenditori hanno denunciato il racket delle estorsioni e hanno spedito in carcere 12 uomini d’onore di Corleone.

PALERMO

A Corleone si respira un’aria nuova, più pulita. La roccaforte della mafia si sta disgregando, è tempo di voltare pagina. E oggi, il colpo inferto alla malavita è stato letale. A mandare in carcere i dodici boss sono stati otto imprenditori coraggiosi. Loro non hanno abbassato la testa agli strozzini, urlando il proprio dissenso in un unico modo: la denuncia.

Il primo, il secondo, il terzo, il quarto e giù di fila fino all’ottavo… gli esposti si sono sommati uno dopo l’altro negli scaffali dell’ufficio denunce dei carabinieri. E poi sono passati nelle mani della magistratura che ha ricostruito la mappa del potere.

Dietro quelle scartoffie c’era il loro “No al giogo del racket”, scritto a caratteri cubitali. E così è stato disarticolato il feudo mafioso corleonese.

Le famiglie di Palazzo Adriano e Chiusa Sclafani pianificavano e gestivano le estorsioni da eseguire sul territorio, sempre e solo dietro approvazione del capo-mandamento di Corleone. Il loro obbiettivo prediletto erano le imprese edili. «L’elemento di novità rispetto al passato – affermano gli inquirenti – è rappresentato dalla caduta del muro di omertà di imprenditori e commercianti che stanchi di sottostare a imposizioni e minacce di ogni genere, hanno iniziato a collaborare».

Uno dei casi emblematici è stato registrato a luglio 2014 quando un imprenditore della provincia di Palermo si è aggiudicato i lavori di manutenzione di abbeveratoi rurali nel comune di Palazzo Adriano ma due dei suoi mezzi sono stati bruciati. Era un avvertimento; lui denunciò fornendo anche intercettazioni telefoniche e ambientali.

Non c’erano, però, solo le estorsioni ma anche gli omicidi. La mafia aveva intensione di uccidere un bracciante agricolo di Chiusa Sclafani. Omicidio sventato attraverso le indagini degli inquirenti che hanno fermato in tempo Gaspare e Pietro Gebbia che stavano pianificando tutte le fasi dell’esecuzione. Per loro oggi è scattata la libertà vigilata a due anni.

“Grande Passo 4”, un’operazione che ha visto la collaborazione dell’associazione Addio Pizzo, vicina agli imprenditori. «Speriamo che dopo oggi, le persone perbene che vivono a Corleone possano cogliere questa opportunità per collaborare e scrollarsi di dosso il fardello mafioso».

Articoli Consigliati

Top